Un nuovo manifesto per il paesaggio: 11 punti per ripartire post emergenza

 

È stato elaborato da AIAPP grazie al lavoro delle sezioni di Lombardia e LAMS-Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna per rendere il paesaggio chiave di volta del cambiamento

 

La rigenerazione del sistema urbano, lo sviluppo dell’economia circolare, la riforestazione, l’incremento delle reti ecologiche e un turismo sempre più attento, legati alla formazione e all’educazione delle nuove generazioni, sono temi cruciali su cui AIAPP si impegna da sempre per programmare e realizzare le attività di sensibilizzazione e diffusione delle buone pratiche necessarie al paesaggio e alle nostre collettività.

In questa fase di crisi globale, AIAPP, grazie al lavoro delle sezoni lombarde e LAMS-Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna, ha scritto il Manifesto della Ripartenza per il Paesaggio*, curando un video di promozione e supporto al documento (guarda QUI). Il Manifesto si rivolge non solo alle istituzioni e alle amministrazioni ma ai cittadini e a tutti i soggetti che quotidianamente vivono e trasformano il paesaggio: professionisti, artigiani, intellettuali, artisti, comunità, associazioni. Questo è il momento di delineare nuove prospettive di programmazione, per concretizzare azioni di formazione, progettazione partecipata e cura dei nostri paesaggi. A fronte della situazione che stiamo vivendo, oggi è importante sostenere una strategia comune e favorire nuove forme di collaborazione.

Nonostante il distanziamento, che ancora siamo costretti a vivere, questo documento vuole contrastare la frammentazione dell’individuo, combattere isolamento e incuria, difendere e creare luoghi dove le comunità possono ancora dialogare, riconquistare spazi di aggregazione, curare il patrimonio esistente, favorire scambi e attività comuni, sviluppare rapporti con il contesto ambientale e paesistico. Questo Manifesto non è solo un atto di amore per la natura e il diritto degli individui di vivere il territorio, è anche una riflessione sul valore della cura che il legame con i luoghi richiede.

Dobbiamo rivedere completamente il modo di programmare. È necessario allargare lo sguardo, ripensare ai luoghi e al contesto sociale. Dobbiamo abbandonare la semplificazione e cercare la risposta nel ruolo strategico delle relazioni. Ambiente paesaggio e territorio sono la stessa cosa, ma hanno regole diverse. Se parliamo di paesaggio, bisogna seguire l’articolo 9 della Costituzione ma anche la Convenzione Europea del Paesaggio, dove al centro della scena ci sono le comunità e il paesaggio è il risultato di qualunque trasformazione consapevole dei luoghi che viviamo. Senza il sole le piante muoiono, ma si possono salvare se si piantano nel terreno adatto; lo stesso vale per gli uomini. C’è solo un mondo: un paesaggio. E come scrive Claire Panosian Dunavan, in The Tropical Bookshelf: This Zoonotic World (2013), «gli esseri umani fanno parte di questo mondo come le piante, i virus, le influenze, HIV, Ebola, Sars, come gli scimpanzé i pipistrelli, come il prossimo virus omicida che ancora non abbiamo scoperto. Dobbiamo smettere di considerare la natura e il paesaggio come qualcosa di distinto da noi. Siamo insieme in tutto questo». La cura e la manutenzione del territorio devono diventare occasioni di lavoro e ricchezza.

* testi di
AIAPP (Sezione Lombardia): Mario Allodi, Andrea Marziani e Barbara Perini
AIAPP / LAMS (Sezione Lazio, Abruzzo, Molise e Sardegna): Rossella Ongaretto, Emanuele Von Normann, Barbara Invernizzi, Enrica Del Vecchio, Virna Mastrangelo, Paolo Picchi

 

IL MANIFESTO

I progetti di paesaggio sono necessari alla realizzazione del New Green Deal e devono:

  • Riqualificare e curare il patrimonio esistente
  • Realizzare luoghi condivisi e accessibili
  • Promuovere la crescita sostenibile
  • Proteggere la biodiversità e gli ecosistemi
  • Contrastare la frammentazione del territorio e il consumo di suolo
  • Valorizzare le comunità locali
  • Riattivare le connessioni tra città e spazi aperti
  • Incrementare la rete ecologica

Il territorio fra bisogni e desideri

L’emergenza sanitaria ci ha permesso di riflettere sulle nostre vite e sul principale oggetto del nostro lavoro: il paesaggio. Oggi è l’occasione per immaginare nuovi scenari. La “svolta verde” non ha fermato l’innalzamento delle temperature ma sarà, per forza, il volano della ripartenza. La politica, disinteressata ai bisogni collettivi, continua a utilizzare un modello economico che ha determinato la rovina ambientale. Il paesaggio è centrale, e per questo, dobbiamo riflettere sui nuovi paesaggi.

Il paesaggio delle distanze. L’emergenza ha generato fra le persone l’esigenza di nuove distanze che si protrarranno nel tempo; saremo costretti con il distanziamento sociale a immaginare paesaggi fatti anche di “vuoti”.

Il paesaggio dell’economia di mercato. Un mondo in cui oggi pochi godono dei benefici e molti patiscono i danni. Suburbi stracolmi hanno marginalizzato milioni di persone dove vi è malavita e disagio sociale. Pessimi paesaggi generano pessime persone. Ripensare i luoghi, trovare risorse adeguate per garantire i bisogni di chi li abita.

Il paesaggio confinato. La malattia ha confermato che i confini politici non fermano i virus. I confini politici sono linee immaginarie. Il virus ci ha dimostrato che manca, a livello internazionale, un pensiero nelle questioni di interesse collettivo.

Il paesaggio de-globale. De-localizzare e de-produrre ci ha fatto cogliere i limiti di questo modello organizzativo. L’industrializzazione delle filiere produttive nell’agro-alimentare ci espone alla diffusione di patologie a cui si risponde con un massiccio uso di trattamenti chimici, nocivi per la salute. Sarà necessario proporre un sostegno alla biodiversità, quale chiave della valorizzazione del gusto e della sostenibilità, per la crescita di una nuova generazione di consumatori consapevoli. Si tratta di ipotizzare organizzazioni, non gerarchiche e non globali, dove possano convivere diversi modelli organizzativi, capaci di prevedere rinascite.

Il paesaggio del silenzio e della lentezza. Il confinamento ha portato alla nostra attenzione i piccoli rumori, abbiamo scoperto i silenzi nelle nostre case. Il silenzio e il tempo sono valori imprescindibili per l’uomo e per il pianeta. Dobbiamo imparare a considerare il silenzio non più come assenza “di”, ma come occasione “per” e il tempo non come una perdita di qualcosa, ma come la sua riconquista.

Il paesaggio della relazione. Saremo più insicuri e impauriti, forse, diffidenti rispetto al buon senso dell’altro. Il “fuori da casa” sarà il luogo della mancanza di controllo. Torneremo a credere che la parte sommitale delle montagne è il luogo sicuro. La pianura, dove viviamo, diverrà pericolosa. Sarà l’occasione per rivedere ripopolata, con la forza del lavoro, la nostra orografia.

Il paesaggio del lavoro. L’emergenza ha fatto esplodere il telelavoro. Una modalità lavorativa che riduce gli spostamenti, e impatta meno sull’inquinamento, ma che ci farà avere orizzonti brevissimi. Si evidenzierà anche quanto lavoro effimero portiamo avanti, lavoro-contenitore, privo di contenuti. Che sia questa l’occasione per avere il tempo da dedicare alla sostanza?

Paesaggio e Stato. Il libero mercato ha generato questi paesaggi. Lo Stato dovrà riprendere il suo ruolo, tutti invocheranno più Stato. Sarebbe auspicabile il riordino della relazione fra pubblico e privato. In una crisi globale, cittadini e imprese si rivolgono allo Stato, capace di caricarsi sulle spalle il fardello di tutti; lo Stato dovrà riprendersi un ruolo di regia, evitando la privatizzazione dei vantaggi e la socializzazione degli oneri.

Il paesaggio degli interstizi. La cura dei luoghi fa la differenza, anche in termini igienici. Un territorio accudito anche negli interstizi genera luoghi salubri fisicamente e mentalmente. Dovremo occuparci di molti brandelli di paesaggio, spazi non gestiti che dovranno trovare una progettazione ed una cura.

Il paesaggio del giardino privato. Spazi pubblico e privato avranno ruoli nuovi. Lo spazio privato sarà vissuto come un’estensione della casa, filtro con il paesaggio e con il mondo esterno poco sicuro. Lo spazio pubblico, sarà sovraccaricato di necessità sociali e sarà percepito come zona libera dai contagi, necessaria, per tutti.

Paesaggio e scuola. Le nuove generazioni si formano nella Scuola e nell’Università. Dovrà divenire un luogo che esca dagli specialismi e che eviti di castrare le curiosità trasversali. Il modello dovrà rimuovere l’idea che la competenza si generi quasi esclusivamente sulla nozione. Si dovranno valorizzare gli stili cognitivi e si dovrà insegnare ai nuovi cittadini a muoversi nella complessità come paradigma per la lettura della realtà. Metodo e non saperi fini a se stessi. Questo cambiamento genererà il paesaggista “regista” di competenze e risorse di natura diversificata.

 

La nuova sfida creerà molto lavoro, che oggi non vediamo perché esce dalla logica del profitto. Non saranno sempre lavori nobili ma avranno con ampi spazi di libertà, lavori che dovranno occuparsi di un pianeta gravemente malato, di un paesaggio distrutto e di aree naturali sventrate, sempre per il maggior profitto di pochi. Si dovrà fare impresa all’interno di regole definite da uno Stato che oggi viene interpellato soltanto quando servono soldi pubblici per coprire fallimenti gestionali, lo Stato non dovrà chiedere, come un qualsiasi concorrente, il permesso ad una economia pseudo libera, dovrà dare gli indirizzi, le linee di azione per il benessere collettivo e del pianeta.

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