Acqua e paesaggio, binomio inscindibile

Prioritario è rivedere i consumi e combattere il degrado del territorio, causa del dissesto idrogeologico

 

Published 12 aprile 2022 – © riproduzione riservata

Il tema acqua è vastissimo. Fra le possibili trattazioni, pongo l’attenzione sugli aspetti paesaggistici e sui rapporti tra l’azione modellatrice dell’acqua e le attività che ne sono scaturite.

I corsi d’acqua hanno inciso i monti e scendendo a valle, hanno diversamente modellato il paesaggio a seconda della lunghezza del percorso e del tipo di terreno che incontravano. Ci sono grandi differenze di disponibilità di acqua nel nostro Paese. Così, si hanno da una parte i torrenti liguri del Ponente, con aste molto brevi e ripide, che normalmente ne hanno pochissima, ma che diventano minacciosi e provocano gravi danni dopo piogge torrenziali, mentre dall’altra pensiamo ai grandi fiumi del Veneto, in cui la presenza costante e abbondante nella pianura ampia ha consentito di utilizzarli anche come via di trasporto. Considerando queste due situazioni così diverse, in Liguria la raccolta dell’acqua è sempre stata indispensabile; in Veneto si sono dovute invece intraprendere opere di bonifica per migliorare la salubrità, riducendo le paludi malsane.

 

Tra utilità e problemi da risolvere

Il rapporto delle comunità con l’acqua ha oscillato sempre tra utilità e problemi da risolvere. I sistemi liguri di raccolta erano articolati e consistevano in cisterne cilindriche posizionate in alto sui pendii tra i terrazzamenti e, nei casi più sofisticati, in collaborazione con canalette alla base dei muri di fascia che raccoglievano quella che fuoriusciva tra i sassi convogliandola in ulteriori cisterne poste nella vicinanza dell’abitazione, che raccoglievano l’acqua dei tetti. Queste smaltivano l’acqua in eccesso in ulteriori vasche posizionate più a valle. Ne veniva quindi conservata ogni goccia. Purtroppo questi sistemi di regimazione idraulica così sapienti che consentivano di coltivare senza il ricorso ad apparecchi elettromeccanici, sono andati quasi tutti perduti negli ultimi 60-70 anni.

In Veneto, nella zona dei grandi fiumi, tra il Livenza e il Tagliamento, con la costituzione dei Consorzi di bonifica che tenevano sotto controllo il reticolo idrografico stabilizzato, erano sorti gli opifici che sfruttavano l’energia idraulica per macinare i cereali, per derivare reti irrigue, per utilizzare le acque per la pesca e la navigazione. Nonostante il degrado, sono ancora elementi significativi del paesaggio fluviale.

Nelle pianure alluvionali, le risorgive, sorgenti che sgorgano dal terreno a temperatura 9°-10° in inverno, sono state le prime aree insediate e consentivano le coltivazioni anche in inverno, con le marcite. La loro acqua è cristallina ed esente da sostanze inquinanti, per il passaggio attraverso coltri incoerenti di detriti alluvionali. Anche le risorgive sono state drasticamente ridotte nelle aree urbanizzate. Intorno a Milano erano più di 400 nel 1975, venti anni dopo erano meno di 200.

In Sicilia la Conca d’oro, come veniva da secoli chiamata la vasta area di Palermo, per la predominanza del colore degli aranceti che ha incantato poeti e viaggiatori, è rimasta tale fino ai primi anni cinquanta del Novecento, poi in gran parte è stata distrutta dall’espansione edilizia selvaggia. L’area era particolarmente fertile per la ricchezza di acque sotterranee, trovandosi alla base di una grande conca circondata da un anfiteatro di rilievi, e per la distribuzione dell’acqua negli agrumeti si usavano i sistemi introdotti dagli Arabi nel periodo di dominio dell’isola [immagine di copertina].

 

Per un cambio di paradigma

Dall’esame di questi pochi esempi, pur nella diversità delle situazioni ambientali, troviamo un denominatore comune: l’abbandono e il degrado del territorio. Con la ricostruzione post-bellica, con lo sviluppo dell’industria che ha causato grandi migrazioni interne e l’abbandono delle campagne, si è persa quella sapienza contadina che aveva coscienza del rapporto con la natura. Si sono così poste le basi del dissesto idrogeologico di cui paghiamo tuttora le conseguenze.

Di fatto, fino ad oggi, tutta la gestione si basa sul ciclo dell’acqua che, in forma semplificata, viene insegnato anche ai bambini delle scuole elementari. Se però è saltata la stagionalità delle piogge che si concentravano nell’autunno-inverno e un po’ in primavera, per diventare più sporadiche in estate, se piove solo con bombe d’acqua o non piove affatto, occorre un cambio di paradigma. Perché vengono a mancare le fonti principali: neve e pioggia. Diventa prioritario rivedere i consumi a tutti i livelli, diventano importanti i concetti di sostenibilità e resilienza. Dei 17 obiettivi ONU per il 2030, oltre all’obiettivo 6, specifico sull’acqua, sono collegati il 7 sull’energia pulita, il 9 sulle imprese e l’innovazione, l’11 sulle città sostenibili, il 12 su consumo e produzione responsabili. Bisogna pensare positivo, conviene sempre.

 

Autore

Architetto e paesaggista. è architetto e paesaggista . Si occupa di progettazione architettonica e paesaggistica, di restauro di beni culturali, di riqualificazione di siti industriali dismessi. Suoi lavori sono stati pubblicati su riviste di settore. Dal 2021 ha contratto di collaborazione con la Soprintendenza di Imperia – Savona dopo selezione nazionale del Ministero della Cultura, come professionista esperto di particolare e comprovata specializzazione nel campo dell'Architettura e del Paesaggio. E’ stata professore a contratto di Composizione del Paesaggio alla Scuola di Specializzazione post laurea della facoltà di Architettura di Genova (a.a. 1994-97), di Estimo Ambientale preso la facoltà di Tecniche di paesaggio (a.a. 2003-11). A lungo collaboratrice del prof. Pietro Porcinai è stata autore della sua monografia nei tipi dell’Electa, uscito nel 1991. Ha all’attivo 150 tra saggi e articoli sulle tematiche del paesaggio e dell'architettura. Nel 1996 è stata una dei soci fondatori
dell’associazione culturale Giardini e Paesaggi che si occupa di divulgazione. Socia AIAPP.

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