Flaminio, non è un recupero. A rischio un patrimonio

Flaminio, non è un recupero. A rischio un patrimonio

Docomomo prende posizione sul progetto della Lazio per lo stadio costruito in occasione delle Olimpiadi di Roma da Pier Luigi e Antonio Nervi. La pensilina a sbalzo e l’impatto dei volumi tra gli elementi più critici

 

Published 3 maggio 2026 – © riproduzione riservata

ROMA. “Tra le architetture in cui la funzione ha giocato un ruolo determinante per l’aspetto formale e il rilievo urbano e civile vi sono stadi e impianti sportivi. Per molti, tuttavia, sembra arrivato il momento di levare il disturbo o di trasformarsi in modo irreversibile sotto la pressione delle confuse urgenze della contemporaneità”. Era quanto scrivevamo sul Giornale dell’Architettura del 25 novembre 2013, riferendoci agli impianti realizzati tra la fine degli anni Trenta e gli anni Sessanta, connotati da una inedita essenzialità tecnologica, formale e compositiva.

Una considerazione più che mai attuale. Una efficacia espressiva che richiama il linguaggio di un altro importante momento storico, rappresentato dalle strutture ‘a vista’ delle cattedrali gotiche, paragonate da Nicolaus Pevsner ai sostegni del retroscena di un teatro. Ove la scena, in questi stadi, è rappresentata dal campo di gioco e, contemporaneamente, dagli spettatori sulle gradinate.

Ma oltre che da questi caratteri, gli stadi novecenteschi sono accomunati anche da un infausto destino: il forzato adeguamento delle strutture alle normative tecniche internazionali, e la commistione del football con i meccanismi del mercato calcistico e gli interessi economici del terziario. 

Si prospettano interventi snaturanti sugli stadi esistenti e sulle aree al contorno, piuttosto che la realizzazione di nuovi stadi in altre aree. La giustificazione ricorrente starebbe nell’evitare il consumo di suolo che comporterebbe la realizzazione di un nuovo impianto. Ma demolendo, manomettendo, sovraccaricando queste strutture storiche, si finisce col consumare invece il tempo di cui furono espressione e di cui oggi sono testimonianza. Un tempo che è parte della nostra cultura.

 

Ragioni contraddittorie

Il caso Flaminio è l’ennesima riprova di questo processo (ne avevamo già parlato lo scorso anno prima della presentazione della proposta). Il progetto di fattibilità tecnica ed economica, presentato dalla S.S. Lazio nel febbraio 2026, mette in campo una molteplicità di temi, dagli strumenti urbanistici alle condizioni geologiche dell’area; dai percorsi e dalla mobilità pedonale e su gomma ai parcheggi; dai caratteri idraulici del terreno agli aspetti impiantistici. Ma i temi più delicati sono rappresentati dalle modalità di recupero dello stadio (costruito per Roma 1960 da Pier Luigi e Antonio Nervi) e dalla loro compatibilità con l’interesse culturale dichiarato su quest’opera dal Mic: per loro natura e preminenza dovrebbero essere esaminati assieme nella relazione del progetto. E invece sono trattati in modo nettamente separato e manifestamente contradditorio.

La relazione di progetto parte da un sintetico riferimento alle vicende che hanno interessato lo stadio Flaminio a partire dall’inaugurazione, nel 1959, fino al 2012, quando la capienza ammissibile era progressivamente diminuita, anche a seguito dei progressivi aggiornamenti delle normative in materia di impianti sportivi. Poi, il lungo periodo di abbandono. In tale parte della relazione sono anche dichiarati gli obiettivi del progetto:ripristino della capienza originaria dello stadio (e sua) rifunzionalizzazione […] nell’obiettivo di restituirlo alla sua specifica funzionalità originaria di stadio per competizioni di massimo livello”.

 

Le motivazioni del vincolo

Riguardo alla dichiarazione di interesse storico-artistico, la relazione di progetto dichiara che tale questione pone “una specifica problematica che richiede di essere affrontata e risolta nelle sedi opportune” relegando, così, la questione quasi a un adempimento burocratico. E, ancora, sottolinea che il manufatto stadio è stato, nel progetto, complessivamente conservato e preservato da trasformazioni inerenti alle sue essenziali e tipiche caratteristiche architettoniche e strutturali. 

Ma come ottempera, il progetto, a questo lodevole proposito? Un esempio, a caso: la pensilina di copertura della tribuna, di cui viene riconosciuto che,sorretta da una struttura in cemento armato a sbalzo, rappresenta uno degli elementi più iconici dell’opera, per la sua audacia tecnica e la raffinatezza costruttiva”. Per poi avvertire che “tra le prime operazioni previste in fase di cantiere vi è la demolizione della pensilina in cemento armato a sbalzo posta sulla tribuna ovest […] nonostante il suo valore storico, la pensilina presenta gravi criticità strutturali e risulta non compatibile con il nuovo assetto progettuale”. Intanto, sarebbe più corretto dire:il nuovo assetto progettuale risulta non compatibile con la pensilina”. Quanto alle “criticità strutturali”, non sarebbe certo impossibile porvi rimedio tenendo anche conto delle metodologie di consolidamento e restauro.

La copertura della tribuna è descritta dettagliatamente nella relazione di progetto. Forse perché, in contrasto con le sue stesse valutazioni, prevede di eliminarla e la descrizione ne rimarrebbe l’unica e ultima testimonianza scritta?

Un’architettura simbolo di Roma 1960

La demolizione di tale elemento è in pieno contrasto anche con le motivazioni del vincolo della Soprintendenza. La “grande pensilina a sbalzo caratterizza anche dal punto di vista formale e architettonico l’intera struttura”. E ancora:Di particolare interesse è la soluzione dell’ampia pensilina aggettante che copre le gradonate della tribuna d’onore del settore occidentale; è un capolavoro geometrico-costruttivo, sostiene la critica”. E ancora: “La sagoma dello sbalzo si snellisce con continuità dall’incastro all’estremità libera e di grande effetto scenografico è l’elegante superficie rigata”. Così la considera il Ministero.

Ancora, tra le prescrizioni del bando di concorso del 1956, la relazione di vincolo ricorda comeil nuovo Stadio dovesse essere contenuto entro il perimetro del preesistente; e che il nuovo progetto non doveva superare in altezza i 18 – 20 ml. per limitare l’invasività delle tribune rispetto al contesto naturale circostante”.

È indubbio che tali indicazioni, valide nel 1956 come oggi, siano state fondamentali per definire il morbido e sfilante profilo dello stadio, adagiato all’interno di un pregevole contesto territoriale, tanto che le sue dimensioni e la sua sagoma ne costituiscono, al contempo, un fondamentale fattore di qualità architettonica e di collocazione paesaggistica.

Ma prescindendo dalle specifiche qualità architettoniche dello stadio Flaminio, tra le motivazioni del vincolo ministeriale va anche considerata la sua collocazione tra le opere realizzate per le Olimpiadi del 1960, quale parte di un insieme di capolavori architettonici innovativi, in stretta relazione con la disposizione urbanistica dell’area, oltre che con il momento storico che impose Roma all’attenzione internazionale. 

 

Incompatibilità di usi e di approccio

Il giudizio del Ministero è, al riguardo, inequivocabile: “Il nuovo stadio, insieme al vicino Palazzetto dello Sport, […] diviene l’edificio maggiormente rappresentativo, anche a livello urbano, del complesso delle nuove Olimpiadi”. È evidente che, di fronte a un siffatto complesso di opere, una operazione snaturante condotta anche soltanto su una delle più rappresentative come lo stadio Flaminio, determinerebbe un vulnus su tutto l’insieme.

Poi, i riferimenti allo stadio Berta, a Firenze (1929-1932), al progetto dello stadio a Swindon, in Inghilterra (1963-1966), e allo stadio comunale di Novara (1964), tutti accomunati dalla terminologia coniata da Le Corbusier: l’estetica dell’ingegnere. La relazione di vincolo del Ministero si sofferma sul confronto tra le strutture che reggono le pensiline di questi stadi, a cominciare da quello fiorentino: “Se si confrontano le sezioni del progetto per lo stadio a Swindon e per quello di Novara, molto simili a quella del Flaminio, si comprendono con immediatezza le analogie strutturali e formali, che fanno di queste opere i brani di un unico, straordinario racconto”. Nessun dubbio, quindi, per il Ministero, sull’importanza di tale elemento, anche in relazione ad altre opere dello stesso autore.

Infine, la relazione di vincolo sullo stadio Flaminio prescrive dirispettarne la struttura, l’impianto originario, nonché le finiture […] fattori […] fortemente identitari. Ma può mai tradursi, questo rispetto, nel seppellire l’opera di Pier Luigi e Antonio Nervi sotto una struttura che ne cancellerebbe la nuda essenzialità, collocandolo fuori scala?

Cancellandone l’esterno dietro una selva ridondante di giganteschi e fantasiosi telai in acciaio, lontanissimi dalla razionale sobrietà materica e morfologica del Flaminio, che sorreggono un nuovo stadio al di sopra di quello esistente, che si eleva per circa il doppio dell’altezza delle gradonate delle tribune del Flaminio, e di quattro volte di quella delle curve? Con l’aggiunta di una copertura continua? Un assurdo da qualsiasi punto di vista e in pieno contrasto con le motivazioni del vincolo ministeriale.

Viceversa, considerate le oggettive limitazioni dell’attuale struttura, è stata attentamente studiata un’ipotesi di impianto sportivo polifunzionale per i settori giovanili e per il pubblico più ampio, incrementandone la polifunzionalità originaria – cinque palestre e una piscina, oltre al campo di calcio – escludendo incontri di calcio professionistico e operando gli adeguamenti indispensabili?

Immagine di copertina: veduta d’insieme delle nuove tribune nel progetto presentato nel febbraio 2026 per lo Stadio Flaminio, Roma, dalla società calcistica Lazio

Autore

  • Ugo Carughi

    Nato a Napoli (1948), vi si laurea in Architettura nel 1973. Direttore presso la Soprintendenza BAP di Napoli e provincia dal 1979 al 2013 e Soprintendente reggente nel 2000. Componente del comitato tecnico per il Piano nazionale per gli archivi e l’architettura del Novecento del MiBACT (2001-2013). Membro del comitato scientifico dell’Associazione Dimore Storiche – Campania. Presidente di Do.Co.Mo.Mo. Italia ONLUS. Autore di numerosi restauri e di allestimenti di mostre di architettura e arte. Premio ex-aequo al concorso per progetti pilota per la conservazione dei monumenti tra Paesi membri CEE con il progetto per la chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli (1988). Dal 1996, docenze a contratto presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, la Seconda Università degli studi di Napoli, l’Università degli studi della Basilicata e l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa. Tra le principali pubblicazioni recenti: "L’area metropolitana di Napoli. 50 anni di sogni utopie realtà" (curatela con M. Visone; Napoli 2010); "Maledetti vincoli. La tutela dell’architettura contemporanea", Torino 2012; “Time Frames: Conservation Policies for Twentieth-Century Architectural Heritage (curatela con M. Visone; Londra-New York 2017)

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