Sbetti vs Galuzzi: i Congressi INU, momenti di bilancio e proposta per il governo del territorio

In avvicinamento al XXX Congresso nazionale, la parola ai direttori delle riviste INU: «Urbanistica Informazioni» e «Urbanistica»

 

Il 5 aprile a Riva del Garda si terrà il XXX Congresso dell’INU. Il primo fu negli stessi giorni del 1937, dedicato all’urbanistica rurale e coloniale, al piano regolatore al regolamento edilizio. Scorrendo i titoli dei Congressi – ove ricorrono i termini “governo” o “governare” – si ripensa all’evoluzione disciplinare ma anche alle vicende urbanistiche e al loro ruolo nella storia nazionale. In sintesi, come inquadrare il portato dei Congressi nella storia dell’INU e rispetto alla cultura urbanistica?

Francesco Sbetti: Il XXX Congresso costituisce un traguardo importante e come tutte le scadenze rappresenta anche l’occasione per fare il punto sulle vicende urbanistiche nel nostro Paese. Non potendo qui ripercorrere la storia dell’Istituto mi sembra utile sottolineare una costante che ha costituito, e penso costituisca ancora, il contributo portato in tutti questi anni: l’attenzione al governo del territorio e al piano come strumento per la sua attuazione. Detto così sembra banale, ma leggendo i titoli dei Congressi e soprattutto i documenti elaborati, emergono le modalità con cui l’INU ha prodotto e promosso questo contributo che possiamo definire come un mix di tradizione e innovazione. Nella riproposizione della necessità di difendere i territori, salvaguardare l’ambiente, garantire i servizi, compreso il diritto alla casa, tutelare il patrimonio storico artistico, troviamo infatti sempre un’attenzione agli strumenti e all’innovazione degli stessi – il piano in primo luogo -, in grado di garantire quei diritti e quei principi.

Paolo Galuzzi: «Urbanistica» ha costantemente accompagnato la vita dell’INU, restituendone i passaggi decisivi in rapporto ai temi che sollecitavano il Paese. Nelle differenti edizioni e direzioni che la rivista ha conosciuto, dosando autonomia e “rispecchiamento”, «Urbanistica» custodisce un tratto importante delle idee, ricerche e proposte che hanno animato l’INU e la sua comunità. Credo di non eccedere nel dire che un pezzo rilevante della storia dell’urbanistica italiana sia passata tra le pagine di «Urbanistica»: è possibile ripercorrere queste traiettorie nella “serie storica”, ma anche nelle edizioni degli ultimi trent’anni. Cumulativamente e incrementalmente, restituisce un sapere pratico ricco, fatto d’idee e progetti, prezioso per muoversi dentro l’attualità, ma soprattutto per affrontare le questioni emergenti nel mutamento continuo che interessa le città e i territori contemporanei. Interpretare e attualizzare il senso di questa responsabilità che la rivista pone, fatta di selezione di temi e racconto critico, è una condizione di lavoro che abbiamo condiviso con Federico Oliva nella nuova direzione. Ciò ha permesso, pur dentro un’irriducibile autonomia critica, di continuare a proporre innanzitutto «Urbanistica» come rivista dell’INU, come strumento della sua vita associativa che è unica nel tenere insieme istituzioni e amministrazioni del Paese, università, professioni, associazioni e imprese che gravitano intorno all’urbanistica. Per questo i Congressi dell’INU non hanno mai smesso di essere un momento di bilancio e di proposta, svolgendo spesso una funzione di supplenza nel sostenere le riforme necessarie per l’urbanistica e il governo del territorio, nel traguardare proposte alternative per il Paese, nel sollecitare alcuni temi strategici e nell’individuare parole d’ordine per dare forma al dibattito disciplinare. È possibile guardare a questa lunga storia d’idee e proposte sia riconoscendo generazioni di questioni e temi, non necessariamente in una prospettiva evolutiva o di “corsi e ricorsi”, sia avvicinandosi con un interesse cumulativo, che riconosce l’urbanistica come un sapere pratico riflessivo che procede per “incrementalismo innovativo”.

 

Rispetto al vostro ruolo di responsabili delle riviste INU, oggi sembra più difficile comunicare e parlare di urbanistica rispetto a un tempo; la nostra disciplina ha apparentemente perduto centralità. Come si possono recuperare l’attenzione e la partecipazione intorno a una materia come l’urbanistica, che riguarda tutti noi?

FS: «Urbanistica Informazioni» è una rivista bimestrale oggi pubblicata in formato digitale. Il titolo, che risale a inizio anni Settanta, e la sua cadenza, sembrano una contraddizione in un’epoca dove per definizione l’informazione si fa “in tempo reale”. La rivista si deve intendere quindi come uno spazio di riflessione sulle informazioni che attengono al governo del territorio. «Urbanistica Informazioni» viene letta e scritta dagli attori del territorio ed in primo luogo dagli amministratori e tecnici degli enti locali e delle regioni, dai professionisti che assistono gli operatori pubblici e privati nei processi di trasformazione urbana e territoriale, dalle associazioni impegnate nella difesa del territorio e dei diritti, dal mondo accademico ed in particolare dai giovani ricercatori. Per tutte queste figure l’urbanistica è al centro degli interessi e della loro azione civile, politica e intellettuale. Si tratta di un universo certamente grande ma che possiamo definire di esperti e interessati. Da tempo le nostre antenne non registrano l’attenzione che l’urbanistica aveva 40/50 anni fa nella vita politica e negli interessi collettivi. Tuttavia, due temi, strettamente intrecciati con il governo del territorio, emergono come dominanti nell’attenzione pubblica: la giustizia sociale, che significa accesso ai diritti di quei beni che gli urbanisti continuano a chiamare standard e che costituiscono le dotazioni territoriali di ogni cittadino presente sul territorio; e la transizione ecologica che stiamo vivendo, che significa che il pianeta terra ed in particolare le zone urbanizzate stanno producendo un grave rischio di non ritorno, un serio pericolo alle aspettative di vita di molte specie, compresa quella umana. Stare all’interno dei percorsi che provano a rispondere alle domande e ai fabbisogni rappresenta il compito che la rivista si è data.

PG: «Urbanistica» è una rivista semestrale: ha scelto di avere un “passo lento”, riflessivo, critico, selettivo. È una rivista tecnica, di settore, specialistica, che parla necessariamente agli addetti ai lavori, pur non rinunciando ad allargare la platea degli interlocutori e il campo delle ricerche e delle applicazioni che oggi attraversano questo sapere. Cercando di essere luogo di approfondimento e di rappresentazione di che cosa significhi oggi praticare e amministrare l’urbanistica. Lo ha fatto scegliendo un punto di osservazione che consente di concentrarsi su città e territori in una prospettiva che è sempre più marcatamente urbana, nella consapevolezza che nella fenomenologia urbana contemporanea esistano gradienti differenti di urbanità. E che le condizioni critiche che delineano oggi la “questione urbana” – le condizioni di incertezza, rischio, esclusione, insicurezza sociale, scarsa accessibilità – non riguardano solo le geografie marginali, ma sono maggiormente presenti nelle principali regioni urbane del Paese come nelle aree centrali, dove si pongono sfide decisive e urgenti. Continuare a occuparsi della città, se vogliamo in un’accezione aggiornata e “post-metropolitana”, consente – come è sempre stato nella storia del pensiero e delle pratiche – di riferirsi a un campo più ampio di temi ma anche di azioni, politiche e progetti, orientati ad affrontarli concretamente. Questo diviene ancora più importante in una congiuntura economica e sociale che esaspera problemi già esistenti e ineludibili che hanno segnato diversamente la vicenda urbana italiana. L’attualità dell’urbanistica consiste, così, nella capacità di guardare alle città, intese come prima ricordato, con occhi nuovi: essenzialmente come luoghi d’innovazione, di rigenerazione e resilienza, in cui far emergere e sostenere la trama sottile di trasformazioni lente, positive e alternative, dove necessariamente, oggi, il contributo dei saperi esperti incontra l’attività dei soggetti e degli attori locali. Da questa posizione è possibile conseguire un cambio di registro nella comunicazione del nostro sapere: più propositivo e meno unilateralmente rivendicativo, espressione di competenza, responsabilità e conoscenza, capace di porre letture appropriate del presente e soluzioni concrete per il futuro; capace di recuperare attenzione e partecipazione verso il lavoro dell’INU, adottando parole sostanziate da contenuti; con la consapevolezza e la dignità di un sapere ricco e articolato che si pone al centro delle questioni attuali che riguardano società e territori in un mondo in continua trasformazione. Oggi più di ieri, è possibile constatare come il linguaggio comune usi le nostre parole, anche se, in qualche caso, operando slittamenti concettuali e semantici non del tutto condivisibili. E non mi sorprende che altri saperi a noi vicini stiano riscoprendo l’urbanistica un po’ ovunque.

 

L’INU nel XXX Congresso e nel terzo Millennio: quali aspettative e quali auspici?

FS: Anche con questo Congresso l’INU si pone nel percorso che contemporaneamente impone di “governare” e indicare gli strumenti per gestire il governo. Dal Congresso non ci si aspetta una ricetta, né una “tesi”, bensì la capacità d’interpretare il mondo in cui stiamo vivendo, indicando i modi con cui si può stare all’interno di un processo di transizione che certamente sarà lungo, ma entro il quale si devono individuare le modalità per dare, oggi, risposte ai fabbisogni. Sono note le ragioni della crisi e del degrado di ampie parti del territorio italiano, così come si conoscono le difficoltà nel reperire le risorse per intervenire sulle criticità e sulle emergenze che si determinano sia sul lato della difesa del territorio (terremoti, inondazioni, frane), sia sul versante sociale: si pensi all’irrisolta domanda abitativa o alla qualità dei servizi disponibili nelle periferie più o meno centrali delle nostre città. Più volte l’INU ha cercato di orientare l’agenda politica dei governi centrali e locali, ponendo il fuoco sulla necessità di una legge di principi in materia di governo del territorio e soprattutto proponendo un modello di progettazione urbanistica integrata incentrata sull’individuazione di prestazioni ambientali e standard urbanistici a sostegno dell’uguaglianza sociale. “Conoscere per governare” era il modello che proponevano Giovanni Astengo e Giuseppe Campos Venuti; oggi sembra indispensabile avviare un percorso in grado di spacchettare la complessità delle criticità che interessano le città e i territori. Certamente non è più possibile sperare che i problemi possano essere risolti come negli anni ’70 o forse ancora negli anni ’90 del secolo scorso, con una legge. L’INU ha avviato con il “Progetto Paese” una rilettura della sua proposta di riforma alla luce dei profondi cambiamenti che hanno investito le città e i territori. La pianificazione urbanistica e territoriale non è un settore confinato negli aspetti edilizi-amministrativi, ma rappresenta, come ci dice la presidente Silvia Viviani, il cardine per “il miglioramento della convivenza urbana e lo sviluppo locale e nazionale, grazie all’investimento nell’incremento complessivo di qualità del governo della cosa pubblica”. Per questo la legge per il governo del territorio rappresenta un interesse primario per la tutela del territorio e dei diritti dei cittadini.

PG: La scommessa del XXX Congresso è quella di dare un messaggio forte e chiaro, unitario, di competenza, capacità d’interpretazione, ascolto e proposta. Un messaggio coinvolgente, non neutrale, che cerca alleanze ponendo un patto per l’urbanistica italiana aperto a chi, come l’INU, sente la necessità e la responsabilità di affrontare in modo alternativo la tendenziale frammentazione del mondo in cui viviamo, non tanto in quanto portatrice d’incertezza e regressione, bensì come componente vitale di una rinnovata prospettiva di lavoro. Il mosaico offerto dalla Rassegna Urbanistica Nazionale (RUN) restituisce nello spessore e differenziazione dei territori la dimensione di una progettualità vitale che risponde ai segnali della differenziazione, alla morsa della crisi strutturale e alla mutazione delle condizioni che coinvolgono le città italiane, le relative società ed economie. Sono segnali sottili e virtuosi di trasformazione in una realtà del Paese sempre più divisa, povera di risorse e immobilizzata nei progetti e nelle decisioni; ripiegata dentro quell’individualismo radicale che ormai coinvolge anche soggetti “sensibilmente democratici”, sempre meno inclini a discutere e sostenere questioni di giustizia ed equità su cui si fonda inevitabilmente il progetto dell’urbanistica. Il mosaico restituisce, così, l’immagine inedita di una progettualità plurale non indifferente al territorio – ai differenti e articolati territori italiani – in termini di valori e pratiche, di economie e politiche, di programmi e piani. Un mosaico di differenze su cui costruire una prospettiva unitaria per tornare responsabilmente a orientare la cultura urbanistica italiana attraverso proposte e parole d’ordine, definite in un patto capace di misurarsi con il governo e la ricomposizione della frammentazione.

 

Immagine di copertina: Adriano Olivetti (1901-1960), presidente dell’INU dal 1950 (dopo il III Congresso) al 1960

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