Shoah, la memoria dai Testimoni ai Giusti

 

In occasione della “Giornata della Memoria”, una riflessione di Luca Zevi sui luoghi, i pensieri e le azioni per renderla eredità viva

 

 

“Era del Testimone” è stato definito da Annette Wieviorka il periodo, inauguratosi ad inizio anni Ottanta, che ha visto la memoria della Shoah fuoriuscire da una lunga fase di oblio seguita alla fine del secondo conflitto mondiale. Lo sterminio di ebrei, zingari, omosessuali, disabili, testimoni di Geova e oppositori politici ha cessato in quel momento di essere una conseguenza, un effetto secondario ancorchè macroscopico della lotta fra il Bene (rappresentato dagli Alleati e/o dall’Unione Sovietica) e il Male (incarnato dalla Germania), per assumere la specificità di un modernissimo processo industriale di smaltimento di tutte le diversità culturali presenti sul territorio europeo.

Di questo cambiamento epocale i “testimoni”, ovvero i sopravvissuti ai campi di sterminio, sono stati protagonisti assoluti con i loro racconti letterari e televisivi, ma soprattutto con le loro visite sistematiche nelle scuole e i loro epici viaggi ad Auschwitz in qualità di guide di ampie scolaresche che si trovavano così a toccare con mano la realtà dell’universo concentrazionario. Un fenomeno talmente rilevante da aver fatto assumere alla memoria della Shoah, secondo alcuni, un ruolo di “incubatore etico dell’Europa Unita”, ben rappresentato dall’istituzione della “Giornata della Memoria” il 27 gennaio (data della liberazione del campo di Auschwitz) prima nel nostro Paese (una volta tanto!) nel 2000 e poi a livello internazionale nel 2005, con una risoluzione dell’Assemblea generale ONU.

 

La memoria dai luoghi esemplari…

Anch’essi, com’è logico, hanno conosciuto una metamorfosi analoga: mentre nei primi decenni post-bellici ci si era limitati a testimoniare l’esistenza di luoghi particolarmente significativi dal punto di vista tanto della Resistenza, quanto degli eccidi bellici, quanto dello sterminio (assai spesso confusi o sovrapposti), sul finire del Novecento è nata la necessità di allestire luoghi nei quali la memoria della Shoah assumesse le dimensioni monumentali che la caratterizzano, da un lato, e luoghi nei quali tale memoria venisse elaborata sotto il profilo storico, per fungere da insegnamento alle nuove generazioni, dall’altro.

L’elenco delle realizzazioni è lungo e articolato e per questo è opportuno citare in questa sede soltanto un memoriale paradigmatico come quello di Berlino – 2.771 lapidi steli simboliche definite da stretti e incerti percorsi – e due musei, rispettivamente a Washington e Gerusalemme – il primo dei quali assume esternamente la foggia di un organismo classico, mentre il secondo si caratterizza come un evento tellurico di proporzioni drammatiche.

Questa lunga fase di elaborazione raggiunge l’Italia con il consueto ritardo, talchè a tutt’oggi, se si fa eccezione per il piccolo memoriale posto in prossimità della stazione di Bologna, non c’è niente di concluso. A Milano il Memoriale del Binario 21, alla Stazione centrale – dal quale muovevano i convogli diretti ai campi di sterminio – sembra aver imboccato definitivamente la strada che lo condurrà al completamento. A Roma il Museo della Shoah si trova ancora (sembra per poco tempo) ai blocchi di partenza. Il primo mira a sottolineare l’indifferenza dei più come terreno di cultura privilegiato di qualunque pratica d’intolleranza, sopraffazione e sterminio. Il secondo presenta la Shoah come suicidio della cultura europea, che con la distruzione dei diversi ha tradito il proprio percorso di emancipazione verso una società pluralista e cosmopolita.

 

… alla strada sotto casa

Mentre nel nostro Paese arranchiamo dunque all’inseguimento dell’Era del Testimone, l’elaborazione a livello internazionale sembra essere già andata oltre, abbandonando la pratica di realizzazione di luoghi esemplari, per cercare di penetrare in maniera più sottile all’interno dei tessuti urbani, assumendo una funzione diffusamente educativa. Si tratta probabilmente di un altro passaggio storico fondamentale, che si accompagna ed è chiamato a contrastare una tendenza opposta, mirata alla liquidazione dei valori di civiltà dominanti gli ultimi settant’anni e a una rilegittimazione di pratiche di discriminazione, segregazione ed espulsione.

Se a partire dagli anni Ottanta il problema è stato quello di riaffermare la realtà storica della Shoah in tutta la sua mostruosità – anche per controbattere le tesi negazioniste che cominciavano a circolare pericolosamente – nel Terzo Millennio il problema non è più riaffermare che la Shoah è probabilmente ad oggi la più grande tragedia della storia umana, la cui specificità non è riducibile banalmente ad un contesto storico particolare. La sfida odierna sembra consistere nel tirare questa vicenda fuori dai luoghi deputati a ricordarla – memoriali e musei – per farla scendere in strada ad accompagnare il nostro quotidiano, ricordando come essa si sia consumata ieri e sotto casa nostra. Di conseguenza, solo una vigilanza costante sui fenomeni d’intolleranza in corso, che si vanno consumando sotto i nostri occhi spesso distratti, può impedire un suo ripetersi, ancorchè in forme sempre diverse.

Le Stolpersteine, le Pietre d’inciampo – i “sampietrini” metallici, che l’artista tedesco Gunter Demnig va apponendo da oltre vent’anni in tutta l’Europa ai piedi delle case dalle quali sono stati strappati gli ebrei, e gli altri diversi, per essere tradotti nei campi di sterminio [foto di copertina] – appaiono emblematiche di uno sforzo di responsabilizzazione di tutti noi nei confronti delle tragedie in atto – le grandi migrazioni coatte, in primo luogo – che appare oggi quanto mai urgente.

 

Emerge la figura del Giusto

E pienamente coerente con i compiti di questa fase è l’emergere della figura del Giusto, ovvero di colui che sa cogliere l’attimo fuggente nel quale l’ottemperanza alle leggi, normalmente dovuta, si sta trasformando in complicità con un crimine e, di conseguenza, mette in atto una pratica di “disobbedienza civile” che lo porta a salvare – nascondendolo – chi è braccato, salvaguardando così anche la sua umanità e la sua dignità.

Siamo passati dall’Era del Testimone all’Era del Giusto? Dall’aria che tira non si direbbe, ma sarebbe certamente quanto mai auspicabile. Più che opportuna dunque l’istituzione, nel 2012 (entrata nell’Ordinamento italiano nel 2017), della “Giornata europea dei Giusti dell’Umanità” (6 marzo), che prende le mosse da coloro che hanno impedito, a rischio della propria vita, una crescita ulteriore del numero delle vittime dei nazisti, ma sta allargando la sua attenzione anche a tutti coloro che si sono opposti – e continuano a opporsi – a crimini contro l’umanità a qualunque latitudine e ai nuovi totalitarismi. È il modo migliore, per dirla con Tzvetan Todorov, per fare evolvere la tragedia della Shoah da “memoria letterale” a “memoria esemplare”, rendendola materia non (o non solo) di celebrazione, ma di lotta contro intolleranze e sopraffazioni drammaticamente presenti ai nostri giorni.

Come sempre, le trasformazioni arrivano a interessare lo spazio fisico e in questo senso è avviata virtuosamente la realizzazione di “Giardini dei Giusti” in varie città italiane – Milano, Padova, Firenze, Roma, Palermo, Catania e in tanti centri minori – ed europee.

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