Genova, per la Casa littoria di Sturla si ricomincia da zero

 

Definitivamente affossato un esemplare progetto di recupero di un capolavoro di Luigi Carlo Daneri

 

GENOVA. Martedì 2 luglio il Consiglio comunale ha deciso di restituire al Demanio dello Stato un piccolo edificio, rinunciando al progetto del suo recupero, a cui aveva lavorato per anni. Si tratta della Casa littoria intitolata a Nicola Bonservizi realizzata nel quartiere di Sturla da Luigi Carlo Daneri nel 1936-38, uno dei suoi capolavori, riconosciuto dal 2014 ufficialmente parte del nostro patrimonio culturale.

In Italia ultimamente assistiamo a diversi modi di perdere la memoria. In architettura si passa dalla rimozione totale con la dinamite, alla rimozione selettiva per svuotamento dei significati, all’abbandono, alla scientifica destrutturazione. Genova allinea incredibilmente un’amplia rappresentanza di tutti questi modi di cancellare la memoria. Per insipienza, ignoranza, noia, opportunismo, autopromozione politica.

 

Un gioiello di Daneri

L’ultimo di questi fatti, dopo gli illustri precedenti di musei, mercati e ponti, riguarda le sorti di una raffinata architettura che col tempo è assurta a capolavoro iconico del Moderno. La Casa littoria di Sturla è davvero un piccolo gioiello di Daneri, non tanto per la sua citazione corbusieriana fatta di pilotis, finestre a nastro, tetto praticabile, ma per la soluzione inventata per un luogo difficilissimo. Il lotto destinato all’edificio, a confine con il parco di villa Canevaro, è infatti 11 metri più basso del livello di piazza Sturla: la Casa littoria sarebbe stata invisibile. Daneri sovrappone allora uno dopo l’altro quattro piani, fino a generare un luogo prima inesistente, 11 metri più su. E su questo basamento, che è al contempo piazza, spazio coperto, stilobate, innalza su sei pilotis il volume dell’ultimo piano, elegante e pulitissimo. La soluzione è a dir poco geniale, proprio in quella realizzazione di uno spazio pubblico prima inesistente, ma da quel momento essenziale e chiarissimo. Il piano emergente ospita uffici, a quelli inferiori sale riunioni e perfino una palestra in duplex. La struttura è in cemento armato e i pilastri sono a sezione cava per poter ospitare le condutture degli impianti e le canne fumarie. Una soluzione leggerissima e semplice. Difficilmente migliorabile.

Le case del fascio rionali non necessitavano di apparati scenografici particolari, come torri o arengari. Daneri non cerca nessun facile effetto simbolico o monumentale; cerca solo una perfetta risposta alle condizioni ambientali e l’applicazione rigorosa dei canoni razionalisti. Sublima la funzione nella facciata scritta e nella soluzione della torre, che è la trasformazione del corpo scala ovale, che cambia la sua materia vitrea e sbuca, con aria navale, sul tetto, coronata dalla cella campanaria.

 

L’azzeramento di un processo di recupero virtuoso

Un’architettura simile merita attenzione. E infatti dopo una lunga parentesi, che dal dopoguerra la vede sede di associazioni e di uffici dell’amministrazione militare, finalmente nel 2016 sembra iniziare una storia diversa. Per uno di quei rari processi virtuosi che possono davvero accadere, un’università (quella di Ferrara attraverso il suo dipartimento di Architettura) mette a disposizione uno studio approfondito; un consiglio di zona e i suoi cittadini propongono un uso lungamente pensato (una casa di quartiere e collegamento urbano); un dispositivo di legge dà lo strumento perfetto (il federalismo demaniale); un ufficio tecnico comunale e un’amministrazione ci credono (chiedono di entrare in possesso dell’immobile e coordinano il progetto); una soprintendenza responsabile della tutela verifica che tutto si possa fare (promuovendo un progetto curato fino al dettaglio). Ma per uno di quei purtroppo non rari processi “sabbiosi” che possono purtroppo accadere, con le elezioni comunali del giugno 2017 tutto viene fermato e oggi, dopo la restituzione al Demanio, è solo carta straccia.

 

Ripartire da capo, brancolando nel buio

Il futuro di quel piccolo frammento di memoria viene rimesso in discussione, ma soprattutto viene messo a rischio dall’idea che questo, solo unicamente questo, possa essere il luogo in cui un’intera città può trovare lo spazio per un nuovo indispensabile distaccamento dei Vigili del fuoco. E quindi, senza meditare oltre, in poche settimane si deve procedere e obbedire. E così eccoci ancora una volta ad assistere al più banale errore in cui può incappare un progetto: decidere una funzione senza conoscere un’architettura, senza valutare prima se le prestazioni richieste sono sensate, senza valutare costi e benefici, che nel caso del patrimonio culturale non si misurano solo in metri quadrati.

Vorremmo poter tornare su questa storia senza dover raccontare di spese insensate, di sacrifici per tutte le parti coinvolte, di cattivi e buoni. Chissà se questa città ce lo permetterà.

Autore

Architetto, PhD e specialista in restauro dei monumenti, attualmente presiede il DOCOMOMO International Specialist Committee on Education+Theory (ISC/E+T) ed è stato segretario generale di DOCOMOMO Italia. È architetto presso la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Liguria, dove è responsabile del settore architettura e paesaggio nell'Ufficio Formazione e rapporti con Università. Insegna Architectural Preservation presso il Politecnico di Milano

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