Paesaggio, riserva di futuro

Paesaggio, riserva di futuro

In occasione della Giornata Nazionale del 14 marzo una riflessione tra storia e attualità

 

Published 17 marzo 2026 – © riproduzione riservata

Il 14 marzo ricorre la Giornata Nazionale del Paesaggio, istituita nel 2017 dal Ministero della Cultura con l’obiettivo di riflettere sull’artcicolo 9 della Costituzione e “di promuovere la cultura del paesaggio in tutte le sue forme e sensibilizzare i cittadini sui temi ad essa legati”.

L’origine semantica della parola paesaggio è probabilmente il latino pagus che indicava, in epoca romana, un singolo distretto amministrativo, un villaggio e in particolare un insediamento rurale. Oggi, il concetto che sottende la parola paesaggio è forse diverso, ma indiscutibilmente ancora legato all’idea di spazio e territorio, di paese e di città.

La presenza umana è determinante poiché riveste la duplice veste di spettatore e attore del cambiamento, palesandosi non solo fisicamente ma anche mediante connotazioni più astratte, immateriali, e nelle rappresentazioni pittoriche, artistiche, fotografiche, immaginarie.

Il paesaggio riflette perciò il “senso” del territorio in sé rappresentato: offre in modo sincronico la sua capacità di trovare una forma di regolamentazione identitaria del proprio assetto. Presenta i segni di un divenire diacronico nell’evoluzione di fenomeni generatisi al suo interno e dall’integrazione più o meno assimilata di elementi provenienti dall’esterno, con cui inevitabilmente scambia modelli e fenomeni. Il paesaggio umano che viviamo dispiega soprattutto una scenografia su cui proiettare le azioni di un altro disegno, con azioni spesso irreversibili.

Nel segno della mediazione con la tradizione o dell’innesto più o meno creativo di novità, il paesaggio è la vera riserva umana di futuro: grazie all’interdisciplinarità del rapporto tra significanti e significati racchiuso nella sua proiezione di complessità geosistemiche sensibili, costituisce l’enciclopedia primaria del nostro errare. E attraverso i valori insieme intrinseci e soggettivi che esprime in ogni segno, il paesaggio diventa artefice della nostra consapevolezza civica e della nostra maturità affettiva: è appartenenza ad esso, e ricerca di qualità reciproca in nome dell’ancestrale convivenza tra noi e le altre entità che abitano il pianeta.

 

Quando ci troviamo davanti a un paesaggio che per la sua grandiosità ci colpisce e ci supera, la sensazione di piacere che proviamo deriva anche da un moto di appartenenza. Vogliamo esserne parte […] nell’unità con quello che vediamo, un’apparenza di totalità che in quell’istante sentiamo armonica”: così le parole di Tullio Pericoli fissano chiaramente l’essenza di una residenzialità affettiva legata alla bellezza del paesaggio.

Ma dice bene Rosario Assunto quando parla di un paesaggio ridotto, nella nostra contemporaneità, prevalentemente a spazio della geometria. I nostri spazi sono ritmati dalla zonizzazione dei piani regolatori che devono interfacciarsi, spesso a fatica, con gli ambiti sottoposti a vincolo di tutela, nazionale o europeo, dove tutto appare difficile, confuso, irriconoscibile, lontano, e a tratti alieno.

Il che non vuol dire non fare, ma essere cartografi di una biodiversità che restituisce anche l’equilibrio socioeconomico per le generazioni che verranno. Come scrisse François Chaslin su Domus nel luglio del 1999, dopo aver visitato La Villette, il nostro fare deve ricambiare, creare con generosità “un luogo che porta un nuovo vento, non ostile, in un settore di città dove l’ibridazione culturale può rappresentare una risorsa”. 

Il paesaggio, come risultato di una relazione inscindibile tra l’uomo e il tutto, è ciò che ci spinge a ritrovare desiderio di riconciliazione tramite un nuovo guardare (dal tedesco warder) e cioè curare, i suoli in primis.

In questa contemporaneità densa di violenze e cicatrici, il paesaggio diventa struggimento e malinconia evocati da relitti primordiali, capsule del tempo la cui solitudine ci fa tuttavia ancora “capire le nuvole e l’architettura delle case”. Le parole di Mario Soldati ci danno speranza, ci incitano a diventare plurali, coscienti e responsabili.

E la recente vittoria storica dei popoli indigeni del Parà, che hanno bloccato la privatizzazione per sfruttamento del fiume Tapajós in Amazzonia, è sintomo di una ancora incontaminata e profonda bellezza.

Immagine di copertina: paesaggio costiero 

Autore

  • Lucia Krasovec-Lucas

    Architetta, PhD e Post PhD in architettura e città moderna, ha insegnato in università nazionali e internazionali, pubblicando monografie e articoli. Già presidente di AIDIA-Italia, ispettore onorario MIBACT e presidente IN/Arch Triveneto, è esperta di analisi e valorizzazione strategica di ambiti urbani e del paesaggio. Consulente per amministrazioni pubbliche e centri di ricerca nazionali e internazionali, tra cui CNR e IMONT, ha ricevuto la Medaglia e il Diploma di benemerenza dal Ministro degli Interni per attività di supporto tecnico nelle aree terremotate e la Medaglia del Presidente della Repubblica per l’ideazione e organizzazione della serie di convegni "Immagine della città". È componente del G.O. Rigenerazione urbana al Consiglio Nazionale Architetti PPC e del WP Informal Settlements dell'UIA - International Union of Architects.

    Visualizza tutti gli articoli