I fiumi, infrastruttura territoriale da riscoprire per l’ecologia del paesaggio

Occorre lavorare a un inedito progetto di naturalizzazione che coinvolga scienziati della terra, biologi, ecologi

 

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Published 14 marzo 2022 – © riproduzione riservata

Premessa

La pianificazione territoriale, sebbene praticata con ritardo e con parsimonia, è stata in testa all’urbanistica moderna.

Celebrando il 90° anniversario dell’INU si è ripresentata la storia dell’origine tra le due guerre, quando Adriano Olivetti spingeva i BBPR a studiare il piano della Valle d’Aosta (1936-37) come l’indispensabile cornice in cui si doveva inserire lo sviluppo industriale di Ivrea. Meno noto è un percorso analogo nel Mezzogiorno, quando, nel 1943, Olivetti indirizzò verso medesimi studi regionali Luigi Cosenza, al quale conferirà poi l’incarico di progettare gli impianti di Pozzuoli nel 1951. Anche a volerlo considerare un percorso singolare all’interno di un paese che affida la dinamica del progresso più all’individualismo libertario anche a costo di confusione e spreco, non possiamo sottovalutare il contributo di un pensiero strategico nei momenti di svolta, quando la conclusione del potenziale su cui si è finora lavorato viene a esaurirsi e si rende necessario esplorare nuovi sentieri di sviluppo attraverso la conoscenza del mondo e l’immaginazione dei futuri possibili.

 

Ora, è indispensabile uno sforzo eccezionale

Molti fatti segnalano essere arrivato il momento in cui uno sforzo eccezionale è indispensabile per prendere nuovi indirizzi e procedere secondo nuovi percorsi. Esaurita l’industrializzazione e imboccata la transizione ecologica, possiamo riprendere quel metodo d’innovazione recuperando l’utilità di un’esperienza che per i risultati ottenuti continua a parlarci dell’organicità territoriale del cambiamento, sebbene oggi nessuno si sogni di fare degli urbanisti quei soggetti politici immaginati da Olivetti. Anche perché il progetto su cui siamo chiamati a lavorare non è costituito da un processo di urbanizzazione ma, al contrario, da uno di naturalizzazione, richiamando nella cabina di regia scienziati della terra, biologi, ecologi.

L’importanza e la metodologia della pianificazione non mutano per il cambiamento degli obiettivi, come ha dimostrato l’evoluzione teorica degli ultimi decenni, durante i quali si è propagata dalle scienze politiche e sociali fino a quelle economiche, pervadendo l’intero insieme delle scienze umane e forgiandosi come potente strumento dell’azione, ovvero come polo riflessivo sulla validità ed efficacia dell’azione del genere umano.

 

Meteorologia, idrografia, pianificazione

Di fatto, la gran parte dei piani di coordinamento provinciale si è orientata alla conservazione e valorizzazione delle aree naturali, anche in una prospettiva d’incremento della resilienza dei territori in relazione all’incremento degli eventi estremi indotti dal riscaldamento globale. Già queste strategie di mitigazione hanno dovuto prendere in considerazione il dilavamento delle acque meteoriche, anche alla luce della direttiva alluvione dell’Unione, recependo tutto il lavoro di adeguamento dei distretti idrografici. Se, per un verso, la centralità dei fiumi è emersa in termini di pericolo, portandosi dietro le politiche d’intervento sul dissesto idrogeologico, non è passata in secondo piano l’attenzione alla qualità dell’acqua sotto il profilo biologico, chimico e idromorfologico.

 

La centralità dei corsi d’acqua

Poiché nel campo della pianificazione territoriale una vasta eco ha avuto l’ecologia del paesaggio, molto diffusa è stata anche la visione del fiume come ecosistema, ovvero di colonie di specie viventi associate all’acqua e alle rive, costituenti interessanti complessi di biodiversità. Una particolare rilevanza assume l’ambiente di fiumi e ruscelli per la sua funzione di corridoio nella condizione di accentuata antropizzazione e riduzione delle aree naturali a isole comunicanti.

Con queste ultime osservazioni veniamo a chiudere il cerchio dell’innovazione territoriale, ricordando come il piano regionale piemontese, nell’immediato dopoguerra e con la finalità dell’industrializzazione, aveva puntato sulla rete delle infrastrutture di comunicazione organizzando su di esse l’urbanizzazione come una serie di direttrici di sviluppo.

Così, nella nuova fase dell’innovazione rivolta alla naturalizzazione, ritorniamo a mettere al centro un’infrastruttura territoriale, anche se del tutto diversa perché di tipo naturale e con finalità di connessione tra aree integre. Un’infrastruttura a cui ci piace associare nuovi modi di vita sostenibili e in armonia con la natura, un’infrastruttura che vede l’acqua come protagonista.

 

Autore

Già professore ordinario di urbanistica del DiArc dell’Università Federico II di Napoli, ha coordinato il corso di Pianificazione Territoriale Urbanistica e Paesaggistico-Ambientale e il master in Urbanistica forense. È stato direttore del Dipartimento di Urbanistica. È segretario generale dell’INU. È stato membro fondatore della Società italiana degli urbanisti e vicepresidente di Metrex, membro dell’Association of European Schools of Planning. È stato assessore all’urbanistica nella Provincia di Napoli, nel Comune di Caserta e di Afragola. Ricerca sulla pianificazione strategica, teoria della pianificazione, aree metropolitane, sostenibilità ambientale con 12 monografie, 27 curatele, 153 contribuzioni e 127 articoli. Dirige la collana Accademia di INU Edizioni. È consulente di diversi enti locali.

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