Zevi e la cravatta a farfalla vs total black

Esiste ancora una moda per l’abito dell’architetto? Ma il total black sembra autoreferenziale come le opere delle archistar

 

Published 14 luglio 2021 – © riproduzione riservata

Architettura e urbanistica erano per Bruno Zevi fortemente legate: lo spazio architettonico si espandeva in quello urbano che a sua volta definiva il contesto e la cornice in cui l’architettura acquisiva senso. Conseguentemente, il piano urbanistico forniva all’edilizia e alle architetture della città non solo il quadro conoscitivo di riferimento, il programma e le linee di sviluppo, ma anche un orientamento spaziale e formale. Il piano si fondava su analisi scientifiche, ma continuava ad essere inteso come un atto progettuale, creativo ed estetico, strettamente legato alle capacità interpretative e di sintesi dell’urbanista coordinatore che non rinunciava alla sua dimensione di architetto. Soprattutto tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, era questa la posizione dominante nell’Istituto nazionale di urbanistica, sostenuta in particolare dai romani Luigi Piccinato, Ludovico Quaroni e dallo stesso Zevi. I primi due furono vicepresidenti dell’Istituto, mentre Zevi rimase segretario generale per 18 anni consecutivi. In quel periodo solo Giovanni Astengo, direttore della rivista “Urbanistica”, portava avanti una visione dell’urbanistica come disciplina autonoma. Secondo una tradizione che veniva dalla prima metà del ‘900 (l’«architetto integrale» di Gustavo Giovannoni), architettura e urbanistica facevano parte del medesimo ambito culturale e professionale.

Ragionando su Zevi e l’urbanistica, non ho potuto non ricordare il suo stretto rapporto con Piccinato, che considerava il più importante urbanista italiano e con cui aveva condiviso alcune esperienze professionali, sia nell’ambito edilizio architettonico, sia in quello urbanistico. Entrambi si riconoscevano nella figura e nel mestiere dell’architetto, alla cui appartenenza aderivano con orgoglio, indossando con ostentazione impeccabili cravatte a farfalla, che in quel periodo erano per gli architetti un elemento distintivo, una componente essenziale dell’abito, una moda e nello stesso tempo un rituale. C’era una tradizione: artisti, poeti, futuristi, creativi e anarchici amavano esibire la cravatta a fiocco, a lavallière, la stessa che ritroviamo in molte immagini di Frank Lloyd Wright. Gropius e Le Corbusier usavano indossare la cravatta a farfalla, Gropius le preferiva strette e stilizzate come elementi di design Bauhaus, Le Corbusier le portava come un marchio, un brand di se stesso alla pari degli occhiali neri e rotondi.

Zevi indossava il farfallino con disinvoltura, dandogli rilievo e centralità come se facesse parte di un’uniforme. Indossarlo era un modo di essere e di rappresentarsi. Era il segno distintivo della sua persona, faceva parte del suo essere e della sua immagine. Zevi rimase fedele alla sua divisa fino all’ultimo. Come aveva ben compreso Roland Barthes, “La semiologia del vestito mette in relazione il vestito con la psiche di chi lo indossa, presume cioè che l’indumento esprima una profondità psichica”(Il senso della moda. Forme e significati dell’abbigliamento, Einaudi, 1967). Certo per Zevi era così, la cravatta a farfalla significava appartenenza al mondo dell’architettura moderna, a un’avanguardia, a un’élite culturale e politica. Essere architetto comportava un impegno per la città e il territorio, nel cui spazio materiale si dovevano acquisire migliori condizioni di vita e di democrazia. Architettura e urbanistica facevano parte della medesima cultura progettuale. La cravatta a farfalla indossata da Zevi e da Piccinato significava anche questo: Piccinato si sentiva urbanista e nello stesso tempo architetto, esattamente come Zevi.

Esiste ancora una moda per l’abito dell’architetto? C’è un modo di vestire che differenzia gli architetti dagli urbanisti? Quando si è perso il gusto di connotare con un elemento di abbigliamento la propria professione? Occorrerebbe in proposito la riflessione acuta e l’ironia di un osservatore attento come Gillo Dorfles, capace di dissertare su La moda della moda (Costa&Nolan, 1999).

Che cosa ha sostituito la cravatta a farfalla? Dopo decenni di silenzio, oggi gli architetti più affermati, da Jean Nouvel a Massimiliano Fuksas, amano vestirsi total black, nero su nero (si veda Cordula Rau (a cura di), Why do architects wear black, Springer, 2008). Sono riusciti a imporre una nuova moda? Molto verosimilmente solo in modo marginale ed effimero. La loro moda appartiene alla sfera dell’immagine e dello spettacolo, non si apre all’inclusione, all’appartenenza ad un progetto culturale, a una passione ideale. È autoreferenziale come le loro architetture. 

Forse sarebbe meglio attenersi alla vecchia regola di Adolf Loos: “Come ci si deve vestire? Alla moda. Come ci si veste alla moda? Facendosi notare il meno possibile” (Come ci si veste, Skira, 2016).

 

Immagine di copertina: Bruno Zevi con il ministro delle Poste e telecomunicazioni Giuseppe Togni (prima metà degli anni settanta)

Autore

Ha insegnato Urbanistica presso la Facoltà di Architettura di Pescara e ha diretto la rivista «Piano Progetto Città». È stato consulente del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e visiting professor presso la Harvard Graduate School of Design. Tra le sue pubblicazioni: L’idea di città. Teorie urbanistiche della città tradizionale (Franco Angeli, 1994), Babele. La città della dispersione (Meltemi, 2002), Le paure dell’urbanistica. Disagio e incertezza nel progetto della città contemporanea (Meltemi, 2005), Il passo della città. Temi per la metropoli futura (Donzelli, 2015), Tra suolo e clima. La terra come infrastruttura ambientale (Donzelli 2019)

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