Presidente Musumeci, la Sicilia ha bisogno di progetti trasparenti e condivisi

 

In una lettera aperta, l’In/Arch Sicilia commenta l’attivismo regionale nella promozione di procedure di trasformazione urbana, ma esprime disaccordo circa i metodi

 

Published 10 febbraio 2021 – © riproduzione riservata

Un attivismo senz’altro apprezzabile e positivo (per la verità prima sconosciuto) ha consentito in pochi mesi dall’inizio del 2020 alla Regione Siciliana di bandire concorsi di progettazione per grandi attrezzature direzionali, proporre e realizzare il maquillage di spazi a verde, preannunciare idee per il rinnovamento di spazi urbani.

A Palermo sono in corso di svolgimento le procedure per l’aggiudicazione di un concorso per la nuova sede della Regione, nell’area di viale Ugo La Malfa. A Catania, le ex poste di viale Africa sono state oggetto (previo l’inevitabile abbattimento dell’esistente struttura) di un concorso per definire la nuova Cittadella della Giustizia; ed ancora a Catania si prepara l’intervento sull’intero comparto degli ex ospedali Santa Marta-Villermosa e Vittorio Emanuele (tra via Plebiscito e la zona di Montevergini) con diverse procedure per l’affidamento della progettazione.

Condividiamo questa nuova spinta alla progettualità, nella quale l’ente è accompagnato dalle rappresentanze ordinistiche e da settori competenti della stessa amministrazione regionale. Tanto più che tale spinta riguarda aree e immobili che da tempo attendono un rinnovamento: per sé stessi (in quanto ormai dismessi o degradati) e, con uno sguardo strategico più ampio, per gli ambiti urbani in cui sono localizzati. Aree e immobili che costituiscono la parte più solida e cospicua di quel capitale sociale da re-investire costantemente nel rinnovamento della città.

Anche per questo dal primo momento abbiamo però criticato il metodo per pervenire agli obiettivi annunciati: tralasciando possibili obiezioni sulle procedure in sé (scelta di giurie, tempi e modi per lo svolgimento delle operazioni, benché tutte espletate nella piena legittimità formale), in esse appare evidente la mancanza della definizione di chiari programmi funzionali e di futura gestione, del raccordo con le scelte urbanistiche e del confronto con operatori e cittadini. In particolare, nulla vi appare delle condizioni che l’appena introdotta Legge Regionale 19/2020, innovando normativamente le pratiche urbanistiche, sembra annunciare come base per il virtuoso rinnovamento delle città e il governo del territorio.

La nostra critica è ancora più forte ove la Regione rinunci alle procedure concorsuali (ancora una volta, beninteso, in modo formalmente ineccepibile), mettendo nel cassetto la sua prerogativa di guida e indirizzo, e chiudendo premeditatamente a qualunque confronto, inteso come ricerca di un risultato progettuale con il maggior valore; un valore che prescinde da quello economico dell’opera (l’importo dei lavori) e che non risiede nella sola qualità della progettazione come atto tecnico, ma che è valore prioritariamente per il contributo che offre alla società cui è destinato.

A tale esito serve non l’estemporanea proposta (che possono avanzare sindaci, governatori, presidenti e loro più o meno diretti ed esperti consiglieri), quanto la possibilità per le stesse città e territori di dare forma in modo cosciente al proprio continuo rinnovamento (guidati dalle loro istituzioni). Alla sua costruzione puntano, ben prima dell’appalto, chiare e fondate strategie di sviluppo, il dialogo con enti locali, operatori e cittadini, la valutazione della fattibilità e sostenibilità (tecnico-economica, sociale e di procedure) degli interventi.

Da sempre consideriamo il ricorso alle procedure concorsuali (sancito dalle norme vigenti, in Sicilia come in Italia), irrinunciabile per accedere alla qualità del progetto architettonico, tanto più nel caso in cui esso abbia per oggetto l’opera ed il patrimonio pubblici. Da sempre crediamo che l’esperta costruzione di tali procedure (fondata sulla competenza e conoscenza dei temi e i fattori rilevanti sui quali si esprimerà un giudizio di merito) sia essenziale per non renderle un rito formale, una passerella di star (grandi o piccole), ma per conseguire l’obiettivo di fondo: amplificare e rendere cosciente la scelta della soluzione progettuale ritenuta più fattibile e condivisibile. Questo con l’obiettivo di farla diventare patrimonio comune; che non vuol dire ricerca di un consenso assoluto, ma puntare con impegno alla più ampia possibile condivisione di tale scelta (anche attraverso la trasparenza delle procedure).

Il ricorso al concorso di progettazione potrebbe non esercitarsi sempre e comunque: è evidente che per temi e interventi edilizi d’importanza più limitata se ne potrebbe fare a meno, eppure, in altri paesi, tale distinzione non esiste e da decenni l’allargamento del confronto tramite i concorsi ha portato il progetto architettonico a diventare parte di un dibattito esteso all’intera società.

Un episodio di modesta entità (e dall’imbarazzante esito realizzativo), come l’aiuola d’ingresso di palazzo d’Orleans a Palermo, arreca poco danno (anche perché assolutamente removibile) e può essere solo sintomo di modeste capacità. Invece, sull’opportunità della localizzazione in viale La Malfa del nuovo centro direzionale della Regione corre più d’un dubbio; ma ben più grave (per la rilevanza urbana) è che oggi la Regione rinunci a cercare esiti di valore sul comprensorio degli ex ospedali a Catania, margine ovest del centro storico e occasione per rinnovarne una rilevante parte. Sul Vittorio Emanuele si opera un colossale piano di demolizioni (appalto nell’appalto) per recuperare il padiglione San Marco come “Museo dell’Etna” attraverso una gara di appalto di servizi; evidentemente obiettivi e modalità (cosa chiedere ai progettisti) sono già tutti chiari. Dove questo è riscontrabile? Occorre forse ricordare che la Regione detiene, a non troppa distanza da questi ambiti, le aree dell’Istituto per l’incremento ippico (cosiddetto “Stallone”), dell’ex Manifattura tabacchi (in via Garibaldi), del Convento dei Gesuiti in via Crociferi; tutti destinatari di progetti di riqualificazione e riuso (museale o bibliotecario) arenatisi (da tempo) per l’assenza di un progetto culturale e di un piano di gestione. Sul Santa Marta-Villermosa, in diretta conseguenza degli annunci del luglio scorso, attraverso un affidamento diretto, si progetta una piazza di cui si esibiscono in conferenza stampa alcune immagini (di configurazioni spaziali e architettoniche peraltro poco convincenti; cfr. immagine di copertina – © lasicilia.it); qui addirittura l’esito formale e spaziale è già dato, senza appello.

Si va avanti senza un quadro programmatico chiaro ed esplicito, se non quanto offerto dallo Studio di dettaglio ai sensi della Legge regionale 13/2015, strumento che abbiamo sempre criticato proprio per l’assenza di contenuti di piano e strategici (per come concepito dalla stessa legge: un panno caldo per fare esercitare fino allo sfinimento l’ars classificatoria applicata all’urbanistica). Si va avanti per conferenze stampa, con la sistematica negazione del dialogo, trattando lo sviluppo delle città e dei territori con il ricorso esclusivo a procedure di appalto.

Attendiamo altro, come già scritto nelle leggi di questa Regione: progetti, trasparenti e condivisi.

 

Maurizio Caudullo, Giovanni Fiamingo, Mariagrazia Leonardi, Ignazio Lutri, Alessandro Villari

(componenti del Direttivo dell’Istituto Nazionale di Architettura – Sezione Sicilia)

 

 

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