Napoli: perché demolire l’ex Catasto è un errore

L’imminente demolizione suscita una riflessione sul destino del patrimonio immobiliare degli anni cinquanta e sessanta

 

Published 22 giugno 2021 – © riproduzione riservata

Il patrimonio immobiliare pubblico della ricostruzione postbellica è oggi a rischio, in particolare quello costruito dopo il 1951, per effetto della sconsiderata estensione a 70 anni del limite minimo per poter dichiarare un edificio d’interesse culturale. Si tratta di gran parte del patrimonio costruito italiano: un insieme di aree ed edifici, spesso localizzati nelle zone urbane più centrali e pregiate, che rischiano di essere privatizzati e successivamente demoliti, per far posto a edifici per appartamenti e centri commerciali.

Negli anni cinquanta e sessanta si costruì più che in qualunque altra epoca, spesso senza regole, a volte in spregio delle stesse, saturando i vuoti delle distruzioni belliche e consumando il suolo delle nostre città. Ma, in mezzo a tanta edilizia per lo più privata di scarsa o nulla qualità, si realizzarono anche edifici di pregio, sperimentando soluzioni compositive e modalità costruttive che già da tempo sono oggetto di ricerche rivolte alla conoscenza, alla conservazione e alla riqualificazione sostenibile di questi edifici, in linea con quanto avviene anche a livello internazionale.

A queste riflessioni induce l’imminente demolizione dell’ex edificio del Catasto in via De Gasperi a Napoli, realizzato tra il 1962 e il 1967 variando un progetto iniziale firmato alcuni anni prima di Sirio Giametta, che ha già innescato un dibattito su “la Repubblica – Napoli”. Il problema, infatti, non è soltanto specifico, ma di ordine più generale: è possibile che il destino degli edifici costruiti dopo il 1951 sia la condanna alla demolizione con procedure così semplici e senza destare il minimo dibattito culturale? È possibile che il patrimonio immobiliare pubblico venga alienato a favore d’iniziative immobiliari private? Se oggi è la volta di questo edificio, di qualità non eccelsa ma emblematica di quella temperie, domani a quali altre architetture potrà toccare?

Il destino dell’ex edificio del Catasto non è questione di poco conto, perché coinvolge tutto il waterfront compreso tra piazza Municipio e la chiesa di Santa Maria in Portosalvo. Il problema è di ordine urbanistico, perché modifica (si badi bene in un’area classificata come “zona A – insediamenti di interesse storico” e compresa nella buffer zone del perimetro Unesco) la destinazione d’uso di un edificio pubblico in residenze private con aumento del carico urbanistico in una zona di grande pregio già congestionata. Ma lo è anche a livello architettonico, perché per quanto il nuovo progetto (firmato dallo studio milanese M2P Associati) possa offrire, nei rendering, immagini accattivanti, avremo certamente perso una testimonianza significativa dell’edilizia degli anni sessanta, delle sue concezioni spaziali e costruttive, nonché dell’uso espressivo di alcuni materiali (clinker, vetro, cemento armato, ceramica decorativa).

Una testimonianza che poteva più opportunamente essere riqualificata, restaurata e riconsegnata alla città, in u’ operazione di rigenerazione non speculativa che non ne obliterasse la memoria, generando un elevato impatto ambientale, come ogni demolizione non inserita in una strategia urbanistica comporta.

Appare a tutti evidente che non si può conservare tutto, e che il patrimonio degli anni cinquanta e sessanta comprende anche edifici privi di qualità, se non veri e propri “mostri”, testimoni del sacco edilizio perpetrato in quegli anni. E appare a tutti chiaro che questo patrimonio ha dei deficit, in termini strutturali, tecnologici, impiantistici. Ma è proprio su questo che gran parte delle recenti ricerche universitarie s’interroga, provando a dare risposte che consentano di rinnovare conservando e di rifunzionalizzare innovando, come ci testimonia la recente attribuzione del premio Pritzker ai francesi Lacaton & Vassal.

Piuttosto che innescare una polemica su un edificio il cui destino appare ormai irrimediabilmente segnato, vorremmo che questo episodio inducesse a un salto di qualità e di maturità nel dibattito urbanistico e architettonico sul destino del patrimonio immobiliare degli anni cinquanta e sessanta. A fronte delle inevitabili dismissioni dell’edilizia per uffici che si annunciano in gran parte delle città italiane nel prossimo futuro, in conseguenza dei mutati scenari del lavoro post-pandemia, è necessario che questo tema sia affrontato globalmente in sede scientifica, superando i localismi e ragionando in termini di sistema. Occorre censire urgentemente queste architetture, valutarle in senso ampio, sviluppare indicatori complessi che consentano di stimare i costi del loro riuso e della loro riqualificazione sostenibile. Ma, soprattutto, occorre attivarsi affinché il patrimonio pubblico in via di dismissione venga trasferito agli enti locali invece che svenduto ai privati in nome di un’idea di rigenerazione urbana che, in tempi di grandi investimenti pubblici come quelli del Recovery Plan, appare oggi quantomeno obsoleta.

 

Paola Ascione, professore associato di Tecnologia dell’architettura, DiARC, Università degli Studi di Napoli Federico II, vicepresidente di Docomomo Italia
Renato Capozzi, professore associato di Composizione architettonica e urbana, DiARC, Università degli Studi di Napoli Federico II
Enrico Formato, ricercatore di Urbanistica, DiARC, Università degli Studi di Napoli Federico II
Giovanni Menna, professore associato di Storia dell’architettura, DiARC, Università degli Studi di Napoli Federico II
Pietro Nunziante, ricercatore di Disegno industriale, DiARC, Università degli Studi di Napoli Federico II
Andrea Pane, professore associato di Restauro, DiARC, Università degli Studi di Napoli Federico II

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