Stadio Franchi a Firenze: i vincoli in sé non tutelano nulla

 

Pubblichiamo una lettera in risposta all’analisi del presidente di DOCOMOMO Italia (che controreplica brevemente)

 

«Non svincoliamo gli stadi dalla tutela», in specie il più rilevante, quello progettato da Pier Luigi Nervi nel 1930 e costruito a Firenze. Sì, lo dicono in molti. Il valore patrimoniale di quest’opera è fuori discussione. Ma dall’astrattezza e generalità proprie della norma occorre calarsi nella concretezza dell’azione specifica che la norma presuppone e fonda. L’atto che ha avviato il vincolo dello stadio “Franchi”, già “Berta”, risale al 1983. Sono trascorsi 37 anni e non solo nessuna azione di tutela è stata operata, ma nel 1990 sono state costruite opere di adeguamento quanto mai deturpanti, come lo stesso Carughi testimonia nel suo articolo. Il vincolo è così già nullo di fatto.
I vincoli in sé e per sé non tutelano niente. E la loro assenza non implica necessariamente il disattendere la cultura del patrimonio, quando questa è consolidata e ampiamente riconosciuta. Mi aspetterei piuttosto appelli concreti al restauro dell’opera nerviana e al consolidamento del ruolo calcistico in condizioni adeguate ai tempi. Ci contentiamo delle leggi. E, infatti, ne abbiamo così tante che non siamo ancora riusciti a contarle. Ciò fa perdere credibilità alla tutela del patrimonio, soprattutto se il bene è di proprietà pubblica.
Guardiamo alla situazione concreta. L’AC Fiorentina, per esser competitiva, ha necessità di uno stadio adeguato al calcio del nostro tempo. Se l’adeguamento dovesse essere impedito alla società di calcio e, insieme, il Comune non dovesse procedere in proprio e in ottemperanza al vincolo – come attualmente appare –, la costruzione di un nuovo stadio in luogo non ancora urbanizzato provocherà un triplice danno.
Il primo danno. Abbandonato dal calcio e senza un progetto di restauro e gestione, lo stadio di Nervi è condannato a ulteriore deperimento, fino alla scomparsa. Non una fascinosa rovina l’attende, come per le antiche opere in pietra e marmo, ma un mucchio di polvere rugginosa. Il secondo danno, connesso al primo, sarà la perdita del senso di luogo del calcio del Campo di Marte. Un docente inglese, mio amico, si è laureato in ingegneria con una tesi sullo stadio di Nervi, senza averlo mai visitato. Quando lo portai a una partita, rimase incantato, non tanto dallo Stadio, che già conosceva molto bene, bastano i documenti per questo e per riconoscerne il valore, ma dal contesto, in specie le colline di Fiesole. Il terzo danno è costituito dal consumo di suolo che produrrà la costruzione di un nuovo stadio. Nonostante che la legge regionale per il governo del territorio proclami solennemente quale suo scopo primario il contenimento drastico di tale consumo.
Ma, dicono molti architetti, e tra questi Carughi, che la conciliazione tra scopo di tutela e scopo di adeguamento è possibile con un’appropriata progettazione, per la quale, ciascuno a modo proprio, vanta competenza. Qui il mio scetticismo, per esperienza, è cosmico. Parlo senza remore, da cittadino esperto e, non esercitando la professione, libero da conflitti d’interesse. Perché tale progettazione sia plausibile e trasparente, occorrerebbe che nel decreto di vincolo fossero indicati gli specifici limiti di trasformabilità di quella determinata opera architettonica. È in base a questi e solo a questi limiti legalmente dichiarati che un soprintendente dovrebbe poter esercitare la sua funzione pubblica, da qualsiasi cittadino verificabile. Per quanto abbia cercato sul sito del MiBACT, l’atto relativo allo stadio Franchi è muto; cosa non inusuale. Sicché, la discrezionalità del soprintendente di turno finisce per sconfinare, anche senza volerlo, nell’arbitrio. I progettisti dovranno contendersi la progettazione non secondo il merito ma, stante il vincolo, sulla capacità di catturare la benevolenza del soprintendente. La progettualità degrada così in retorica, accompagnata da trattative opache di vario genere.
Ditemi voi se questa è tutela del patrimonio d’interesse pubblico e se i vincoli, in casi come questi (e non son pochi), siano effettivamente tutelanti o inficianti la tutela stessa.

La controreplica di Ugo Carughi

Forse il professor Ventura è troppo pessimista. Certo, i vincoli ministeriali sono privi d’indicazioni e gestiti discrezionalmente; per gli utenti, privati o pubblici, spesso arbitrariamente. E a torto o a ragione, essi ricavano un senso di sfiducia per l’istituzione, che si ritorce sull’opera tutelata in termini di mancata manutenzione o modifiche incongrue. Ma una norma non sempre funzionante non giustifica la deregulation. Intanto, lo stesso vincolo, gestito in modo intelligente da soprintendenti preparati assieme ai progettisti, si è spesso evoluto in strumento di progetto, con ottimi risultati. Certo, sul piano normativo, occorre qualcosa d’intermedio tra la passività del vincolo e l’esecutività del progetto: ad esempio, un Piano di conservazione che detti quelle linee guida auspicate da Ventura. La Pier Luigi Nervi Project Association, ad esempio, assieme alla Sapienza Università di Roma e a Do.Co.Mo.Mo. Italia ne ha formulato uno per lo stadio Flaminio, dello stesso Nervi, d’accordo con il Comune di Roma.

 

Autore

È stato docente ordinario di Urbanistica all’Università di Firenze. Ha fatto parte di numerose commissioni edilizie e urbanistiche, comunali e regionali, in qualità di esperto di tutela del patrimonio. Alcune tra le sue pubblicazioni su tali temi: Paesaggio e ‘sviluppo sostenibile’, in “Il Ponte”, n. 10, ottobre 1994; L’istituzione dell’urbanistica. Gli esordi italiani, Libreria Alfani Editrice, Firenze 1999; Statuto dei Luoghi e pianificazione, Città Studi, Torino 2000; La tutela delle bellezze naturali e del paesaggio, in F. Ventura (a cura di), Beni culturali. Giustificazione della tutela, Città Studi, Torino 2001; Regolazione del territorio e “sostenibilità” dello sviluppo, Libreria Alfani editrice, Firenze 2003.

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