Non svincoliamo gli stadi dalla tutela

 

Perchè è assurda la proposta del senatore Matteo Renzi di eliminare i vincoli di tutela stabiliti dal MiBACT per gli impianti sportivi che rappresentano particolari “valori di comunità”

 

Gli impianti sportivi sono edifici particolari in cui la funzione ha giocato un ruolo determinante per l’aspetto formale e il rilievo urbano. Hanno uno stretto rapporto con l’area che li accoglie, per la necessità di tener conto della viabilità, degli accessi, delle aree di parcheggio, ecc. Come tutte le strutture destinate ad ospitare grandi masse di persone in occasione di spettacoli ricorrenti, essi col tempo diventano testimoni di vicende, emozioni e aspettative di una larga parte della collettività, fino a rappresentarne un simbolo di storia civile, oltre che sportiva. Anche prescindendo dalle qualità architettoniche, le circostanze storiche in cui furono eseguite, il contesto territoriale, la “presa” che gli stessi eventi sportivi hanno esercitato sul pubblico, hanno definito nel tempo la storicità delle strutture che li hanno accolti. Spesso, poi, le eccellenze architettoniche di molti stadi italiani non fanno che accrescerne l’interesse complessivo, concretizzando gli aspetti sociali e simbolici in opere irripetibili, che forniscono un’immagine a quei significati. Significati che superano i confini della città o del territorio in cui l’opera è collocata, per assumere una dimensione nazionale o addirittura internazionale. Si chiamano “valori di comunità”, strettamente collegati ai tre caratteri canonici che connotano i beni culturali: la “consistenza materiale”; la “testimonianza storica” e la “non riproducibilità”, che richiama la “unicità” dell’opera.

Ma se è vero che questi organismi sono condizionati dalla funzione per la quale furono realizzati e dai cambiamenti normativi riguardanti l’accessibilità, la percorribilità, le norme di sicurezza, antincendio, antisismiche, ecc., lo stesso avviene per i palazzi dello sport, i teatri, gli ospedali, i ponti, le costruzioni industriali, ecc. E, dunque, non si vede perché l’eliminazione dei vincoli di tutela del MiBACT invocata dal senatore Matteo Renzi e da altri parlamentari per lo stadio Artemio Franchi di Firenze e per tutti gli stadi italiani non possa applicarsi anche ad altri tipi di edifici pubblici, anch’essi strettamente legati alla funzione per la quale furono costruiti. Tale considerazione evidenzia l’assurdità di posizioni politiche dettate dall’ignoranza e dal provincialismo nei riguardi di un rispettabile signore che, tra una visita e l’altra a Firenze, orienterebbe dall’America le regole della nostra legislazione, mortificando la cultura e l’identità nazionali.

A partire dal “Franchi” (originariamente chiamato stadio Giovanni Berta, e realizzato su progetto di Pier Luigi Nervi nel 1930-33; immagine di copertina), tali strutture, in particolare negli anni ’50 e ’60, hanno iniziato a esibire se stesse come architettura. Non più “mascherate” da facciate-paraventi, fanno pensare ai contrafforti e agli archi rampanti delle cattedrali gotiche. E interpretano un’analoga essenzialità con gli “interni” a cielo aperto identificabili nei campi da gioco. Dunque, il “Berta” è un’opera capofila, perché inaugura, anche per queste opere, un’inedita modernità. Altri stadi di grandissima qualità sono stati “integrati” con interventi impropri, che ne hanno alterato l’immagine e l’architettura. Ricordiamo, per tutti, quello di Pescara, realizzato nel 1956 da Luigi Piccinato, che lo ampliò nel 1977, successivamente “aggredito” da strutture in legno lamellare. Oppure lo stadio San Paolo, realizzato a Napoli nel 1960 da Carlo Cocchia, giudicato da Nervi tra i più belli al mondo, che in occasione dei campionati mondiali di calcio di Italia ’90 fu letteralmente chiuso in una gabbia metallica che ne mortifica l’essenzialità. Aggiunte incongrue, che si sono tradotte unicamente in un “inquinamento” dei preesistenti organismi. In altri casi, come quello del velodromo olimpico di Roma, l’opera è stata addirittura distrutta per l’attuazione di programmi rimasti poi sulla carta.

Eppure, proprio i vincoli rappresentati dai “valori di comunità” possono determinare soluzioni architettoniche che, rispettose dell’opera, rispondano contemporaneamente alle nuove esigenze della sicurezza e dell’economia.

Autore

Nato a Napoli (1948), vi si laurea in Architettura nel 1973. Direttore presso la Soprintendenza BAP di Napoli e provincia dal 1979 al 2013 e Soprintendente reggente nel 2000. Componente del comitato tecnico per il Piano nazionale per gli archivi e l’architettura del Novecento del MiBACT (2001-2013). Membro del comitato scientifico dell’Associazione Dimore Storiche – Campania. Presidente di Do.Co.Mo.Mo. Italia ONLUS. Autore di numerosi restauri e di allestimenti di mostre di architettura e arte. Premio ex-aequo al concorso per progetti pilota per la conservazione dei monumenti tra Paesi membri CEE con il progetto per la chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli (1988). Dal 1996, docenze a contratto presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, la Seconda Università degli studi di Napoli, l’Università degli studi della Basilicata e l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa. Tra le principali pubblicazioni recenti: "L’area metropolitana di Napoli. 50 anni di sogni utopie realtà" (curatela con M. Visone; Napoli 2010); "Maledetti vincoli. La tutela dell’architettura contemporanea", Torino 2012; “Time Frames: Conservation Policies for Twentieth-Century Architectural Heritage (curatela con M. Visone; Londra-New York 2017)

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