Guardare Gresleri per riscoprire la modernità di Bologna

 

Un seminario itinerante attraverso le opere di Glauco Gresleri, occasione di riflessione sulle riverberazioni del Moderno nel quotidiano di una città distratta

 

BOLOGNA. A pochi anni dalla morte di Glauco Gresleri (1930-2016), la sua opera sembra ancora necessitare di un maggiore approfondimento, che rifletta sul suo ruolo nella storia recente della città (e non solo). Gresleri è stato autore prolifico di architetture e riflessioni sul costruire: progettista attivo nello Studio Associato Architetti Gresleri (tutt’ora esistente), redattore di riviste come «Parametro», accademico, ha attraversato il dopoguerra italiano con un impegno non comune, in una Bologna da sempre periferica rispetto ai grandi movimenti dell’architettura.

Senza dubbio il nome di Gresleri è soprattutto noto per l’intensa attività all’interno dell’Ufficio nuove chiese di Bologna. Sono gli anni che vedono, tra le tante, la realizzazione della chiesa della Beata Vergine Immacolata (1961), e l’inizio del dialogo con Le Corbusier, Alvar Aalto, Kenzo Tange. L’operato di Gresleri, però, si è rivolto anche altrove: il suo senso del sacro si estendeva a ogni momento del quotidiano, dai luoghi per il lavoro a quelli per la vita. In quest’ottica, il recente volume della rivista in_bo, a lui dedicato, ha analizzato, tra le altre, alcune opere dimenticate di Bologna, come le ex Officine OM a San Lazzaro di Savena (1963) – capolavoro dell’ingegneria strutturale –, l’ex seminario regionale “Benedetto XV” (1965), il piano urbanistico per il Villaggio Pilastro (1966).

Forse a causa dell’assenza di una consolidata tradizione di studi architettonici, a Bologna sembra mancare anche un’attenzione verso il suo patrimonio architettonico, soprattutto del dopoguerra. Ciò si riflette in una certa difficoltà nel gestire la catalogazione e conservazione di tanti preziosi archivi d’architettura. Un nobile tentativo è portato avanti dall’Ordine degli Architetti, che conserva alcuni fondi archivistici di grande importanza, ma tanti nomi mancano all’appello. Così il panorama architettonico del Novecento bolognese conosce vari casi d’abbandono: basti pensare alla Manifattura tabacchi di Pier Luigi Nervi.

Con l’eccezione del Centro studi e convento dei Padri Passionisti (1964), abbandonato a cantiere non concluso, i progetti di Gresleri a Bologna sono ora caratterizzati da insospettabili cambi d’uso. Le Officine OM e la loro impressionante “architettura di campata” ospitano una catena d’abbigliamento, mentre il seminario è oggi sede del’Istituto Ortopedico Rizzoli (foto di copertina), che ha visto numerose trasformazioni interne per adattare un luogo per la residenza a uno per il lavoro e la cura. Se la presenza di aziende o istituti è fondamentale per la manutenzione ordinaria delle strutture, quel che ancora manca è un riconoscimento pubblico, uno svelamento del valore architettonico di spazi visitati di fretta, ogni giorno.

 

“La Bologna di Glauco Gresleri”

Anni di conferenze e convegni avevano stancato Gresleri: pare lo annoiasse stare seduto ad ascoltare interminabili presentazioni, lontane dall’architettura reale. Egli sognava, invece, di realizzare un’anticonferenza, una discussione in movimento, che conducesse le persone di fronte a quelle realtà. Il desiderio è stato raccolto dal Centro studi Cherubino Ghirardacci, piccola realtà locale fuori dai circuiti accademici o professionali, che per il 28 febbraio ha organizzato un seminario itinerante tra alcune delle architetture cittadine di Gresleri, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna (qui il programma). Si partirà proprio dallo studio di via Santo Stefano, che si presenta immutato dalla scomparsa dell’architetto, tra i tanti appunti, documenti, disegni. Tre gli obiettivi dell’iniziativa: incentivare un dibattito sulle architetture di Gresleri, grazie agli interventi di studiosi ed esperti; comprendere il ruolo che queste hanno avuto nella definizione del Moderno a Bologna; ragionare sulla gestione di un archivio così ricco, in una riflessione più ampia sulla conservazione del patrimonio urbano e del suo passato.

Autore

Luigi Bartolomei è nato a Bologna (1977), dove si laurea in Ingegneria edile nel 2003. E' ricercatore presso il Dipartimento di Architettura dell'Università di Bologna, ove nel 2008 ha conseguito il dottorato di ricerca in Composizione architettonica. Si occupa specialmente dei rapporti tra sacro e architettura, in collaborazioni formalizzate con la Facoltà teologica dell’Emilia-Romagna ove è professore invitato per seminari attinenti alle relazioni tra liturgia, paesaggio e architettura. Presso la Scuola di Ingegneria e Architettura di Bologna insegna Composizione architettonica e urbana, ed è stato docente di Architettura del paesaggio e delle infrastrutture. È collaboratore de "Il Giornale dell'Architettura" e direttore della rivista scientifica del Dipartimento, “in_bo. Ricerche e progetti per il Territorio, la Città, l’Architettura”

Marianna Gaetani è dottoranda in “Architettura. Storia e Progetto” del Politecnico di Torino, dove ha conseguito la laurea. Le sue principali ricerche riguardano la storia dell’architettura e della città nell’Italia del secondo dopoguerra. Dal 2018 fa parte del comitato editoriale di “in_bo”, rivista scientifica del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna.

Sofia Nannini è dottoranda in storia dell’architettura presso il Politecnico di Torino, dove svolge ricerche sulla storia dell’architettura e della costruzione in Islanda tra Ottocento e Novecento. È journal manager della rivista scientifica “in_bo” ed editor della rivista “Histories of Postwar Architecture”. Collabora con il Centro studi Cherubino Ghirardacci di Bologna.

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