Berlino da città divisa a città capitale

 

Riflessioni a margine di un incontro organizzato da IN/Arch Piemonte con Hans Stimmann nella ricorrenza dei 30 anni dalla caduta del Muro

 

Berlino ha da sempre rappresentato uno tra i principali riferimenti attorno a cui si è sviluppato il dibattito di architettura: dall’esperienza del Bauhaus e delle Siedlungen all’epoca di Weimar, al monumentalismo nazionalsocialista, alle magnifiche opere di Mies van der Rohe e Hans Scharoun, fino alle vaste, recenti e a volte spettacolari iniziative di trasformazione urbana, legate alla riunificazione tra le due Germanie.
Per comprendere la centralità di Berlino nel dibattito contemporaneo, non si può prescindere dalla densità del ruolo giocato dall’IBA (Esposizione Internazionale di Architettura) 1984-87, concepita all’interno dei confini di Berlino Ovest come sperimentazione concreta di “ricostruzione critica della città” dopo le distruzioni conseguenti la Seconda guerra mondiale. Con il suo sciame d’interventi puntuali, frammenti estrusi dalla pianta storica della città, operata dal Neubau-IBA, e con il “rinnovamento urbano prudente”, cioè con la manutenzione e il restauro del patrimonio esistente di Altbau-IBA – senza peraltro rinunciare a operare un controllo sull’insieme urbano, attraverso una gigantesca maquette che seguiva in tempo reale il divenire del tessuto man mano che i diversi concorsi venivano espletati -, con quel processo (oggi estremamente attuale grazie agli strumenti informatici) l’IBA aveva messo in discussione il paradigma novecentesco della pianificazione e della crescita a macchia d’olio delle città; aveva anticipato i temi del costruire nel costruito entro i confini della città consolidata, della partecipazione, dell’attivismo urbano, del contrasto alla gentrificazione, oggi così ricorrenti.
All’interno del ciclo di eventi torinesi al Polo del ‘900, sul tema “Muri di ieri muri di oggi”, l’incontro del 18 novembre (organizzato da IN/Arch Piemonte in collaborazione con Unione Culturale Franco Antonicelli, Istituto Salvemini, Politecnico di Torino, Goethe Institut) con Hans Stimmann, che dal 1991 al 2006 ha diretto il Dipartimento di sviluppo urbano di Berlino, ha permesso d’intrecciare, con le diverse riflessioni sulla caduta del Muro, le molte questioni legate a come riconciliare fisicamente le due porzioni di città.
Ciò che rende unica l’esperienza di Berlino come “città laboratorio”, costretta a sperimentare le condizioni limite poste dalla propria vicenda storica, ci rimanda a ciò che la città ha rappresentato per la cultura e gli immaginari dell’Occidente a 30 anni dalla demolizione del Muro. Dobbiamo allora tornare alla storia, almeno a partire dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, in particolare alla vicenda che ha traumaticamente diviso in due la città nella notte del 13 agosto 1961 e – forse altrettanto traumaticamente – l’ha costretta a ripensarsi unita, quando il 9 novembre 1989, quel Muro è stato altrettanto improvvisamente demolito.
L’unicità di Berlino risiede proprio nel suo essere “punto di sutura tra due mondi”, tra due paradigmi di città che hanno perseguito due modelli di mondo ideologicamente e pragmaticamente contrapposti. All’Ovest, la vetrina della società opulenta e vorace, del vivere e sperimentare senza vincoli, in cui si riconosceva il “mondo libero”; una imago urbis multiforme, sofisticata, sfacciatamente edonista, incuneata dentro un avamposto oltre la “Cortina di ferro”. All’Est, l’esaltazione di una “modernità” uniformata al primato della razionalità socialista: una fisionomia urbana austera e scarna, impegnata a tracciare la forma fisica di una società collettiva, senza classi, mossa dai principi del rigore e dell’efficenza tecnica.
Il fascino della Berlino di oggi, metropoli insieme cosmopolita ed europea che attrae abitanti, investimenti, luoghi di rappresentanza, turisti, comunità creative, nuove declinazioni di city users, affonda in gran parte nel partecipare di categorie opposte, nel continuo dialogo tra memoria e innovazione, nel mescolarsi di molteplici centralità e caratteri. Quel fascino è per molti versi l’esito di una sfida difficile e complessa: la ricerca ostinata, a volte controversa, di un’idea coerente di città capitale europea, capace di far coesistere vaste operazioni di rinnovo urbano e di conseguente gentrificazione, con esperienze avanzate di partecipazione, con la scena della cultura giovanile e delle avanguardie artistiche, con i grandi fenomeni globali della contemporaneità.
Oggi Berlino pullula ancora di cantieri. Tuttavia, secondo Stimmann questa sfida pare aver perso di vista il principale enunciato che negli anni precedenti ne aveva sostenuto il senso e la tensione verso un orizzonte comune: Berlino non chiede di essere ri-progettata a partire dalla tabula rasa prodotta dalle bombe e dagli opposti ideologismi; la sua essenza sopravvive e si nutre della continuità con il suo tracciato storico, che ancora si percepisce e ne esprime l’identità sociale, civile e culturale.
Foto di copertina: Jelle van Leest on Unsplash
Autore
Nato a Torino nel 1949, ha per molti anni rivestito l’incarico di professore associato di composizione architettonica e urbana presso il Politecnico, dove si è laureato. Ha progressivamente focalizzato ricerca e insegnamento sui temi del progetto microurbano, sullo spazio pubblico e sugli intrecci tra progettazione del nuovo e conservazione dell’esistente. Oggi è impegnato nella sezione piemontese di IN/Arch. Attivo nel mondo ebraico torinese, in più occasioni di progetto e di riflessione teorica ha rivolto il proprio interesse ai temi della conservazione dei beni culturali ebraici, dell'architettura della memoria ed alle riverberazioni che la condizione e il pensiero ebraico hanno proiettato sul mondo dell’architettura. Con Paola Valentini è titolare dello studio Sequenze dove, oltre all’attività professionale, è animatore di dibattiti e iniziative politiche e culturali
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