Firenze: la stazione di Santa Maria Novella merita più attenzione

 

Bistrattata dalla gestione e dagli usi, dall’opera di Michelucci e del Gruppo Toscano si può ancora imparare. In arrivo un piano di recupero

 

FIRENZE. Nella notte tra il 25 e 26 luglio un tratto della pensilina su via Valfonda è crollato; un fatto che è solo l’ultimo episodio di una lunga cronaca di disattenzioni nei confronti di uno dei capolavori dell’architettura italiana, soggetto peraltro a vincolo monumentale.

Da quel lontano 1935 (anno d’inaugurazione) l’edificio di Giovanni Michelucci e del Gruppo Toscano di vicissitudini ne ha avute tante, tuttavia nell’ultimo decennio il degrado ha manifestato una netta accelerazione. Un processo in atto che se dal punto di vista fisico ne intacca la stabilità, sul piano fruitivo-percettivo di fatto minaccia l’anima compositiva di un edificio di cui Frank Lloyd Wright lodava l’unicità dell’impianto, organico e funzionale al contempo.

Lo skyline, tutto incentrato sulla dialettica tra il fabbricato viaggiatori – oltre cento metri di muro rivestiti di pietraforte interrotti eccentricamente dalla “cascata” di vetro ‒ e la chiesa di Santa Maria Novella, è oramai irrimediabilmente compromesso dai pali della tramvia e dal traffico che fanno torto all’esplicito intento dei progettisti di dare una conclusione alla piazza valorizzando il monumento antistante per opposizione.

Non migliora la situazione all’ingresso. Il secondo tratto del sottopassaggio, realizzato diversi decenni fa, immette attraverso una scala mobile sotto l’ala est di via Valfonda; si tratta però di un’ascesa verso il buio perché la luce baluginante proveniente dai vasti diaframmi in vetrocemento è in parte occlusa da un’inattesa opera provvisionale in legno.

Entrando in galleria non si può fare a meno di osservare che lo spazio centrale è stato ridotto per l’introduzione dei gates e che le funzioni di corollario sono oramai inevitabilmente sostituite da attività commerciali. Ma era proprio necessario trasformare in un bazar questa magnifica promenade interna che mirabilmente portava la città dentro la stazione consentendo di traguardare e raggiungere via Alamanni sul lato opposto? Non è giustificabile l’invadente presenza d’insegne, cartelli e mega-schermi che occupano la galleria in spregio ad uno spazio all’origine ampio e relativamente basso quanto basta per avvicinarsi alla scala umana. Tra i numerosi episodi negati, merita poi una menzione l’accesso dalla stazione alla Palazzina Reale che, pensato in assoluta continuità, è oggi totalmente impedito da un’attività commerciale non pertinente.

Ma c’è dell’altro, perché saltano all’occhio numerose disattenzioni riservate agli elementi di arredo, precursori dell’industrial design, oggi danneggiati o malamente sostituiti, come la segnaletica di cui rimangono solo tracce superstiti qua e là. Lungo il fascio dei binari le eleganti e aerodinamiche pensiline di Angiolo Mazzoni esibiscono un disordinato palinsesto di neon e fili dovuto alla rimozione dei corpi illuminanti e ingabbiature in legno dei pilastri, a evitare il distacco delle lastre.

In questi ultimi giorni l’amministratore delegato di Grandi Stazioni Rail ha assicurato che il crollo ha riguardato “parti non strutturali” e che partirà a breve un piano di recupero per l’intera stazione d’intesa con la Soprintendenza e il Politecnico di Torino. C’è da augurarsi che si possa garantire ancora un futuro a una di quelle architetture che, per dirla con le parole di Giovanni Klaus Koenig, «hanno superato sia il periodo “di moda” che quello successivo in cui sono “fuori moda” per divenire espressioni artistiche raggiunte e stabili». Un’opera del Moderno da cui, forse, ancora si può imparare.

Autore

Architetta, lavora e studia tra Firenze e Roma. Laureata a Firenze, nel 2012 ha conseguito il master internazionale "Architettura - Storia - Progetto" e nel 2017 il Dottorato di ricerca presso la Facoltà di Roma Tre, dove collabora alla didattica. Ha partecipato a concorsi di progettazione su svariati temi, anche in contesti storici o di recupero. È autrice di saggi che indagano la dimensione critico-operativa del progetto, pubblicati sia in ambito nazionale che internazionale

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