Napoli: patrimonio del Novecento e idiosincrasia delle Istituzioni

 

Nell’ambito della collaborazione con DoCoMoMo Italia, riflettiamo sulle politiche dall’amministrazione partenopea nei confronti della Mostra d’Oltremare e del Mercato ittico

 

 

NAPOLI. La Mostra d’Oltremare e il Mercato ittico, due monumenti del ‘900 napoletano, entrambi vincolati, si avviano a un incerto destino.

La Regione Campania, assieme ad autorevoli esperti e studiosi, era nettamente contraria alla collocazione del villaggio degli atleti per le prossime Universiadi nella Mostra d’Oltremare. Per il Comune, invece, la priorità era che la manifestazione fosse comunque ospitata in città e, in particolare, nel complesso fieristico. Ora ci sarà un super-commissario; ma prima una nuova normativa. E intanto, il tempo passa. Se ne sarebbe perso meno se l’ipotesi del complesso fieristico fosse stata esclusa fin dall’inizio da tutti. Non ci si sarebbe orientati su soluzioni ibride, anche sotto l’aspetto organizzativo: una parte degli atleti ospitati in navi da crociera, una parte nell’area parcheggi della Mostra. Perché ogni alternativa sarebbe stata esaminata per ciò che autonomamente poteva offrire. E l’amministrazione ne avrebbe guadagnato in credibilità. Anche l’enunciazione di utilizzare la sola area parcheggi non tranquillizza. Perché la Mostra d’Oltremare non è un singolo edificio, ma un vasto complesso che richiede al contorno un adeguato “respiro” urbano. Ricordiamo che nel 1951 Luigi Tocchetti, presidente dell’Ente Mostra, chiedeva e otteneva dalla Soprintendenza il vincolo di inedificabilità sulla collina di San Domenico, quale “magnifico scenario naturale” per le architetture della Mostra. Se ne ammirano ancora oggi i risultati.

Il Comune, con circa il doppio delle azioni della Regione nella società che detiene il complesso, ne è il principale responsabile. E il comma 3 dell’articolo 1 del Codice dei Beni Culturali, sovra-ordinato rispetto ad altre normative, sembra scritto soprattutto per l’amministrazione municipale: “Lo Stato, le regioni, le città metropolitane, le province e i comuni assicurano e sostengono la conservazione del patrimonio culturale e ne favoriscono la pubblica fruizione e valorizzazione”. Il proprietario, pubblico o privato, è il primo responsabile del bene. E, se fossi io il proprietario del complesso, mi preoccuperei innanzitutto per la sua incolumità. Si dirà che è appunto per favorire la pubblica fruizione della Mostra che si era pensato ad essa come sede per le Universiadi. Ma la fruizione, in questo caso, rischia di compromettere la conservazione del bene, che è l’obiettivo primario della norma. Chi potrà mai assicurare il contrario con una programmazione affrettata e tempi sempre più stretti per i lavori? Per il parere della Soprintendenza occorrono progetti definitivi: cosa è previsto? Quando saranno smontate le strutture e gli impianti, a manifestazione terminata? E quanto costerà? Ci vengono alla mente quelle lunghe trincee di candide pietre sul lungomare di via Caracciolo: parte, ormai, di un panorama definitivamente modificato o, se si preferisce, eternamente temporaneo.

L’altro nodo riguarda il Mercato ittico, opera pionieristica di Luigi Cosenza, sempre di proprietà del Comune, che ha intenzione di venderlo per “far cassa”. Nel 2010 Lia Rumma vi organizzò la mostra di Vanessa Beecroft: uno straordinario connubio tra architettura d’avanguardia e arte contemporanea. Trovò conferma, in quell’occasione, l’idea che la stessa gallerista aveva promosso alcuni anni addietro, affiancata da Mimmo Jodice e Benedetto Gravagnuolo: la rivitalizzazione delle periferie anche attraverso la realizzazione di una struttura per l’arte contemporanea. Poi il degrado, inarrestabile.

Certo, sembra che per l’architettura del ‘900 ci sia una pervicace idiosincrasia delle Istituzioni, che confina con l’ignoranza. Occorre un’attenzione selettiva per taluni beni pubblici: non si possono vendere o snaturare in modo sconsiderato edifici che rappresentano, anche all’estero, la nostra storia.

Il Mercato ittico

 

 

 

 

 

 

La Mostra d’Oltremare in rapporto con il paesaggio circostante

 

Autore

Nato a Napoli (1948), vi si laurea in Architettura nel 1973. Direttore presso la Soprintendenza BAP di Napoli e provincia dal 1979 al 2013 e Soprintendente reggente nel 2000. Componente del comitato tecnico per il Piano nazionale per gli archivi e l’architettura del Novecento del MiBACT (2001-2013). Membro del comitato scientifico dell’Associazione Dimore Storiche – Campania. Presidente di Do.Co.Mo.Mo. Italia ONLUS. Autore di numerosi restauri e di allestimenti di mostre di architettura e arte. Premio ex-aequo al concorso per progetti pilota per la conservazione dei monumenti tra Paesi membri CEE con il progetto per la chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli (1988). Dal 1996, docenze a contratto presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, la Seconda Università degli studi di Napoli, l’Università degli studi della Basilicata e l’Università degli studi Suor Orsola Benincasa. Tra le principali pubblicazioni recenti: "L’area metropolitana di Napoli. 50 anni di sogni utopie realtà" (curatela con M. Visone; Napoli 2010); "Maledetti vincoli. La tutela dell’architettura contemporanea", Torino 2012; “Time Frames: Conservation Policies for Twentieth-Century Architectural Heritage (curatela con M. Visone; Londra-New York 2017)

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