Periferie: dall’intesa Governo-ANCI una possibile via d’uscita

 

Un nuovo provvedimento governativo, da emanare a breve, dovrà sopperire al congelamento dei fondi per le periferie del “Decreto Milleproroghe”. Il Segretario generale INU esamina due proposte

È di queste ore la notizia che un nuovo provvedimento governativo, da emanare a breve, dovrà sopperire al congelamento dei fondi per le periferie del “Decreto Milleproroghe” che ha tenuto in fibrillazione i sindaci nel cuore dell’estate. Annuncio che è stato diffuso immediatamente dopo l’incontro governo-ANCI di due giorni fa e che ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli amministratori degli enti beneficiari (ricordiamo: città metropolitane e comuni capoluogo di provincia), ma che rimane contornato da dichiarazioni ambigue e qualche “non detto”. Per stessa ammissione del presidente ANCI (il sindaco di Bari Antonio Decaro che ha guidato la delegazione dei sindaci partecipanti all’incontro) si tratta di una mediazione raggiunta sul criterio di spalmare in più anni l’ammontare del finanziamento a favore degli stessi enti.

Ma come si qualifica l’espressione usata da Decaro «saranno stanziati i fondi nell’arco di un triennio, sulla base delle effettive necessità» con le parole dal premier Conte «una norma che di fatto dia la possibilità di recuperare la realizzabilità dei progetti già in fase avanzata» pronunciate, a caldo, all’uscita da Palazzo Chigi?

Fra i tanti che in questi anni si sono spesi sul terreno delle politiche urbane integrate, l’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU) è stato attore fortemente impegnato contribuendo al dibattito culturale e all’adozione di soluzioni concrete. Ancor più nel recente passato l’INU aveva insistito sul fatto che, per intraprendere una vera e incisiva opera di rigenerazione urbana delle nostre città, fosse necessario affrontare e attenuare due problemi endemici del Paese: la capacità di progettualità e la capacità di spesa della sfera pubblica, pur in attesa di una profonda e radicale riqualificazione della pubblica amministrazione, essenziale per superare queste e altre criticità. In questo senso, l’INU ha, fin dalle prime battute, sostenuto la facoltà del 5% dei finanziamenti statali, contenuta nel Bando Periferie, per attività di pianificazione, progettazione urbana, ecc.

Ora, scongiurata la paralisi e il conflitto istituzionale e mentre la politica passa il testimone al livello tecnico amministrativo per definire i contenuti del nuovo decreto, è bene ritornare su alcuni aspetti che tale provvedimento dovrebbe accogliere, in modo da sgomberare il campo da “il diavolo si annida nei dettagli” e affrontare al meglio le difficoltà costantemente richiamate anche dall’INU.

Per punti, ecco due proposte che potrebbero fare sintesi, anche in riferimento alle istanze dei Comuni e alle volontà del governo.

 

  1. Occorrerà ribadire che l’anticipazione del 20%, prevista al momento della firma della convenzione del Bando Periferie, venga confermata ed effettivamente erogata ai Comuni nel 2018, a prescindere dallo stato della progettazione che ognuno di essi presenta al momento: si tratta di 320 milioni che complessivamente sono dovuti non solo per gli obblighi da parte del governo (sottoscritti e quindi cifrati nei bilanci comunali del 2018) ma, nella sostanza, per consentire agli stessi enti quell’adeguata manovrabilità amministrativa negli affidamenti degli incarichi per le progettazioni, da qui a fine anno, che altrimenti metterebbe in crisi l’intero impianto del bando. Questa scelta, netta, equa, quand’anche fosse convalidata, non coprirebbe da sola l’esigenza di rispondere a quei criteri di strategicità e organicità degli interventi che erano richiesti proprio dal Bando Periferie. Nel prossimo decreto occorrerà, perciò, stabilire che l’anticipazione del 20% venga prioritariamente indirizzata al coacervo delle attività di progettazione, di qualunque natura esse siano, al fine di favorire un carattere di unitarietà e integrazione delle misure di politica urbana previste a livello locale. In altri termini, sarebbe culturalmente e socialmente delittuoso, al pari del temuto congelamento delle risorse, se venisse finanziata la realizzazione di qualche singola opera pubblica, qua e là, solo perché corrispondente a uno stato di avanzamento procedurale di questo o quel Comune, perdendo di vista il disegno di rinnovamento sociale, fisico ed economico contenuto (più o meno) nell’insieme delle proposte originarie.

 

  1. Nella ricognizione dello stato di attuazione dei singoli programmi il governo è in grado di chiedere a ogni città, nell’ambito delle attività di monitoraggio previste – e senza, dunque, la necessità di modificare le convezioni ma con semplici addendum – di individuare e distinguere, secondo la discrezionalità dell’ente locale, tra le opere considerate trainanti e le opere funzionali alle prime. A questa autodichiarazione dei comuni dovrebbe corrispondere una precisa disposizione, già nell’atteso decreto, che riporti per tutte le 120 città beneficiarie del finanziamento (quindi comprese anche le prime 24) una definizione di opere trainanti/strategiche; opere che dovrebbero stare nel 50/60% del finanziamento ottenuto e che comporterebbero, nel caso rimanessero inattuate (in una tempistica condivisa da governo e comuni) il congelamento, se non la decadenza, delle risorse per realizzare le restanti opere funzionali e delle economie di gara (che sono già riconosciute nelle convenzioni in essere).

Insomma, bisogna insistere e scommettere affinché il finanziamento del Bando Periferie sia una buona palestra per le città: comunità finalmente in grado di mettersi in gioco, di ripensarsi; capaci di riprogettare parti dequalificate; di costruire consenso, partecipazione e innovazione intorno a scenari di trasformazione urbana. E, ancora, bisogna lavorare, profittando della rimodulazione finanziaria annunciata, per meccanismi che siano un incentivo a sostenere e migliorare la capacità di spesa delle amministrazioni locali.

Questo, almeno, rimane l’auspicio.

 

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