Save the exhibit! Al Museo archeologico di Ezio de Felice a Salerno

 

Nell’ambito della nostra collaborazione con DoCoMoMo Italia, proponiamo una riflessione sulla fragilità e la cogenza degli allestimenti del XX secolo in occasione dell’apertura di una nuova mostra permanente presso il Museo

 

 

SALERNO. Il progetto di restauro e adattamento a Museo Provinciale di parte del complesso conventuale di San Benedetto, realizzato tra il 1956-64 dal professore e architetto Ezio Bruno De Felice, rappresenta un episodio particolarmente significativo della storia del restauro e della museografia italiana che, nell’interessare uno dei più straordinari episodi architettonici della città di Salerno, ha realizzato un’opera che fa parte, con gli allestimenti di Scarpa, Albini, Gardella, Minissi, della storia della esperienza museografica italiana del novecento, indiscusso punto di partenza internazionale della moderna museografia. L’eccezionale qualità dell’intervento portò nel 1966 alla attribuzione del Premio Nazionale In/Arch.

L’occasione del rientro della testa bronzea di Apollo, forse l’opera più emblematica della collezione, dopo un lungo viaggio in estremo Oriente, ha offerto, grazie ad una proficua sinergia tra la Direzione del Settore Musei e Biblioteche della Provincia di Salerno, la Soprintendenza, la Fondazione De Felice ed il Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II, l’occasione per realizzare una mostra permanente, inaugurata il 12 novembre, su questo significativo progetto, ma soprattutto un momento di riflessione sul ruolo dell’allestimento nell’architettura museale del Novecento e sulla complessità dei fattori coinvolti nella sua conservazione quanto nel suo adeguamento alle mutate esigenze dell’attuale fruizione.

Ponendosi quale uno strumento didattico, che aiuti il visitatore a comprendere le ragioni costitutive del progetto, la mostra si avvale di fotografie di cantiere e disegni provenienti dall’Archivio De Felice e di brevi testi estratti da suoi scritti, dai quali emerge la complessità del lavoro, le ragioni del suo farsi e la relazione di tipo ermeneutico che sussiste tra i diversi momenti, dallo studio al progetto, al cantiere, e tra le diverse scale in cui si esplica, dalle principali fasi di demolizione e consolidamento, fino ai più minuti dettagli allestitivi. La complessità di questa relazione va indagata per comprendere appieno l’opera e va ricordata ai fini della sua reale tutela.

Come emerge dal confronto tra le immagini relative alle diverse fasi del cantiere con le sue stesse parole, l’antico è oggetto di esplorazione, di conoscenza e di rispetto, ma diviene anche materia di progetto, coinvolto nei processi compositivi al pari dei materiali moderni che vi affianca con schiettezza, al fine di costruire uno spazio nuovo, a misura d’uomo, rivelatore al contempo delle stratificazioni vissute e delle opere esposte. L’architettura risultante da questo atteggiamento è tale da non potere in essa separare l’intervento di restauro dal progetto del nuovo, l’azione di consolidamento da quella di svelamento della storicità delle parti, l’organizzazione degli spazi e dei percorsi dalle azioni ostensive che coinvolgono l’intera spazialità fino al disegno minuto delle vetrine. Confermando una modalità di lavoro propria della museografia del secondo Novecento, la conformazione dello spazio ruota attorno alle necessità dell’esporre, dove l’allestimento svolge un ruolo non neutrale ma interpretativo, assumendo una funzione generativa e di strutturazione del senso dell’intero progetto, pur nella sua fragilità e nel suo essere soggetto a maggiore obsolescenza. La comprensione di questa relazione di cogenza impone che i modi e le ragioni di indispensabili adeguamenti dell’allestimento si confrontino col significato che le soluzioni ostensive rivestono in relazione all’intera concezione dello spazio museale.

 

 

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