Architetti e Ingegneri: come nascono gli Ordini?

 

La nascita degli Ordini provinciali, sebbene sancita tra 1923 e 1925, ha radici che affondano negli anni postunitari, quando i tecnici, sebbene non tutti d’accordo, iniziano a discutere di tutela del titolo, concorsi, tariffe ed esercizio della professione

 

Gli Ordini professionali degli ingegneri e degli architetti nascono ufficialmente nella prima metà degli anni venti del Novecento: nel 1923 e nel 1925 vengono infatti emanati la Legge 1395 (“Tutela del titolo e dell’esercizio professionale degli Ingegneri e degli Architetti”) e il Regio Decreto 2537 che, ancora oggi sostanzialmente in vigore, istituiscono gli Ordini, fissando il loro funzionamento e l’oggetto e i limiti delle competenze delle due professioni.

Legge e Decreto stabiliscono anche i requisiti per l’iscrizione (essere in possesso di una laurea e avere superato l’Esame di Stato) e le “attribuzioni” dei neonati Consigli dell’Ordine (articolo 5 della Legge 1395/1923), che sono (solo) quattro: il primo è la formazione e l’annuale revisione e pubblicazione dell’albo; il secondo riguarda l’importo del contributo annuale dovuto dagli iscritti per le sue spese di funzionamento, previo stesura dei bilancio consuntivo e preventivo; l’emissione di pareri su controversie professionali e su liquidazione di onorari e spese è il terzo; il quarto e ultimo, il più importante ma oggi il più frainteso, afferma che il Consiglio dell’Ordine, e l’Ordine di conseguenza, “vigila alla tutela dell’esercizio professionale, e alla conservazione del decoro dell’Ordine, reprimendo gli abusi e le mancanze di cui gli iscritti si rendessero colpevoli nell’esercizio della professione”.

 

1861 – 1923: il cammino verso l’istituzione

La Legge e il regolamento attuativo inserito nel Regio Decreto sono il punto di arrivo di un processo che affonda le radici nell’Italia post unitaria, quando una categoria di tecnici geograficamente divisa inizia a conoscersi, ritrovandosi collettivamente all’interno di 12 congressi nazionali che, partendo da Milano, si svolgono nelle principali città del paese tra 1872 e 1909.

I congressi sono organizzati a livello locale da un vivace e autorevole mondo associazionistico che, nato in maggior parte negli anni a cavallo dell’Unità per riunire e rappresentare i tecnici, è costituito da Collegi di Ingegneri e Architetti e, a Torino, dalla Società degli Ingegneri e degli Industriali (poi Società degli Ingegneri e degli Architetti). Le associazioni sono strutture fortemente legate al territorio e operano perseguendo finalità simili e influenzate dal clima positivista di fiducia in un futuro di crescita e scoperte: la circolazione della conoscenza attraverso la presentazione, discussione, e diffusione dei nuovi studi; la cooperazione in nome del progresso scientifico; lo studio di questioni tecniche di pubblica utilità.

La componente degli architetti, sebbene rappresentata da nomi illustri come quello di Camillo Boito (a Milano e a scala nazionale), è tuttavia poco numerosa e minoritaria. È indebolita da un percorso formativo imprigionato nel dualismo Accademie di Belle Arti – Scuole di Applicazione degli Ingegneri, che scomparirà solo nella seconda metà degli anni venti del Novecento con la nascita delle prime Facoltà di Architettura, la cui istituzione è richiesta a gran voce dalla categoria da più di cinquant’anni.

La strada verso la costituzione degli Ordini viene imboccata quando inizia ad emergere la necessità di rispondere a una domanda, che si fa molto forte soprattutto a partire dagli anni novanta dell’Ottocento e nei dibattiti emerge nelle sfaccettate forme di una “questione professionale” che produce differenti posizioni: il titolo professionale e l’esercizio delle sue funzioni devono essere tutelati oppure no?

Gli schieramenti che si contrappongono fin dai primi dibattiti, in modi spesso accesi, sono due: la costituzione dei Consigli d’Ordine è infatti sostenuta da un’ampia compagine guidata dal Collegio di Napoli, mentre è aspramente avversata dai tecnici milanesi che, guidati da un battagliero Achille Manfredini (ingegnere, convinto congressista e animatore del “Monitore Tecnico”), prendono invece una posizione estremamente liberista verso lo svolgimento di un’attività che non vogliono regimentata né difesa da chi opera nel loro ambito senza avere gli stessi titoli e percorsi formativi.

A questo proposito, dalla prospettiva odierna è interessante notare come, mentre oggi come allora l’opposizione all’esistenza e al ruolo degli Ordini continua ad alternarsi e sovrapporsi alla loro difesa, il sempre più forte dibattito sulla “questione professionale” a fine Ottocento si intrecci con tematiche ancora di estrema attualità (e verso le quali le diverse posizioni sono del tutto simili): su tutte, i ruolo dei concorsi di architettura e il dibattito sulle tariffe, all’epoca legate al riconoscimento dei titoli acquisitinello svolgimento di attività per conto del settore pubblico (le perizie per i tribunali e le regole per le iscrizioni nei relativi albi). Nodi che ancora oggi sembrano lontani da uno scioglimento.

Nonostante le divergenze di vedute e le opposizioni, il dibattito arriva in Parlamento, dove vengono presentate diverse proposte di legge per la costituzione dei Consigli d’Ordine che tuttavia rimangono lettera morta.

Il dibattito si placa solo nel 1908, quando si arriva alla costituzione di una federazione di Collegi, con sede a Roma e finalità di rappresentanza presso le istituzioni nazionali, a cui viene anche demandato il compito di portare avanti il progetto di costituzione dei Consigli d’Ordine, che rimane tuttavia senza esito fino alla fine della Prima Guerra Mondiale.

 

Gli Ordini oggi

Anche se le strutture e le attività sono aumentate, dagli anni venti ad oggi le finalità di Ordini e Consigli sono rimaste nella sostanza le stesse, a differenza del numero, della composizione e delle attività dei loro iscritti, cambiati in modo profondo e ancora poco chiaro.

Le modifiche apportate nel 2012 dal dpr 137, importanti soprattutto per gli iscritti, hanno demandato la gestione della disciplina ad appositi Consigli esterni e imposto gli obblighi di assicurazione e di unaformazione permanente che oggi è diventata forse la più importante attività svolta dagli Ordini (e dalle loro Fondazioni, quando ci sono).

L’arcipelago degli Ordini comprende 105 sedi provinciali e un Consiglio nazionale con sede a Roma. A questi si uniscono alcuni organismi regionali il più importante dei quali è la Consulta degli Architetti Lombardi.

Secondo gli ultimi dati disponibili elaborati dal Cresme (inseriti nel rapporto “La città del futuro. Roma 2030 l’architettura come risorsa” commissionato dall’Ordine di Roma e pubblicato a gennaio), gli iscritti nazionali a fine 2015 erano 154.310, in costante crescita dal 1998, quando erano poco più della metà (83.500), e pari a quasi il 30% di tutti gli architetti europei. Il potenziale di mercato pro-capite era fra i più bassi (105.000 euro per ognuno, contro i 1,617 milioni dei norvegesi e davanti solo ai greci, con 81.000 euro), il reddito imponibile medio annuo di 16.300 euro e una difficoltà a trovare lavoro che dal 2008 è triplicata, portando il tasso di disoccupazione al 31,1%.

Sugli Ordini, l’ultimo Rapporto Annuale sulla Professione disponibile, pubblicato dal Cresme per il Cnappc a gennaio 2016, è il quinto e valuta che gli Ordini di Roma, Milano, Napoli, Torino, Firenze e Palermo nel 2015 raggruppavano il 35% degli iscritti nazionali (55.161), con Roma che si confermava il più grande d’Italia (18.039 iscritti) seguito da Milano (12.180). I più piccoli erano Biella, Rieti, Vercelli (che fino a qualche anno fa raggruppava anche Biella non ancora provincia), Isernia, Gorizia e Oristano, che tutti insieme superavano di poco i 1.500 iscritti totali.

 

Immagine di copertina: vista di Torino con la Mole in costruzione (© Archivio Storico della Città di Torino). Le complesse vicende dell’erezione del simbolo cittadino sono legate al mondo associazionistico sabaudo e meneghino attraverso le varie commissioni incaricate di rivedere un progetto di cui si dubitava la stabilità. Allo scopo furono infatti chiamati a Torino anche Celeste Clericetti e Luigi Tatti, che fu a lungo presidente del Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano

 

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